Lettere al direttore – Giancarlo Guercio sul degrado culturale del Vallo di Diano

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Caro Direttore,
da quando, qualche giorno fa, mi hai chiesto di scrivere un articolo sulla situazione culturale del Vallo di Diano, mi sono più volte fermato a prendere degli appunti e a perdermi in ampie riflessioni, che spesso hanno finito per appoggiarsi su un fondo di vero e proprio dolore. Mi spiego e te ne racconto le ragioni.
Parlare della cultura in un territorio di provincia e di confine come quello del Vallo di Diano richiede una collocazione precisa del concetto stesso di cultura e di gestione del patrimonio culturale. Sai bene che quando si parla di questioni culturali si rischia di parlare di tutto, o di niente. Per cui voglio limitare il mio ragionamento ad alcuni ambiti, i Beni culturali e le Attività cultuali facendo, per questione di brevità, solo alcuni esempi.
Il territorio di riferimento, nella sua interezza, ha un indice demografico di circa 60 mila abitanti distribuiti tra 14 comuni. Non poco, soprattutto se si considerano globalmente.
Un primo, sostanziale problema, che affonda le sue radici in illo tempore, è un accentuato campanilismo che si riscontra in ogni comune, atteggiamento che riguarda tanto gli amministratori quanto i singoli cittadini. Non si è mai stati, cioè, capaci (se non per sparuti episodi) di ragionare in una logica generale per una sana pianificazione univoca e complessiva. Questo è stato, ed oggi lo è ancora di più, un pesante limite per immaginare e strutturale lo sviluppo di beni e attività culturali, sociali ed economiche.
Ma, sia beninteso, i luoghi della cultura non mancano affatto, né si è privi delle professionalità per gestirli e valorizzarli nel modo più adeguato; e infatti, secondo la precisazione che anticipavo all’inizio di questa lettera, intendo proprio compiere una breve quanto minima carrellata di alcuni dei numerosi riferimenti culturali del territorio, partendo dai beni strutturali e naturali.
In primis, e non potrebbe essere altrimenti, la meravigliosa Certosa di Padula, crogiuolo di arte e di storia, esempio unico di sito costruito in un tempo ampissimo di quattrocento anni (dal 1300 al 1700), capace, per questo, di rimandare a varie espressioni artistiche e ad altri stili che nel tempo si sono sovrapposti ai precedenti, un bene che incanta per ricchezza e varietà di storia, di spiritualità, d’arte e d’architettura. Che uso se ne fa? Sostanzialmente poco! Aperto ai visitatori che lo conoscono e che giungono come improvvidi turisti, non si è mai pensato ad una valorizzazione efficace per attrarre flotte di visitatori, che possibilmente approfondiscano la loro conoscenza su tutta l’area, soggiornandovi almeno per un periodo medio tale da scongiurare il classico sfruttamento giornaliero, tipico del turismo mordi e fuggi. Ma che io sappia non esiste un’agenzia che si preoccupi di immaginare pacchetti turistici ad hoc.
Penso poi al Battistero di San Giovanni in Fonte, che per sua sfortuna si trova esattamente sulla linea di confine tra Sala Consilina e Padula e da questi due paesi è da sempre conteso (in merito alla sola proprietà perché è praticamente scaricato al reciproco confinante in merito alla gestione!). Di chi sia questo bene è dubbio; certo è che esso rappresenta uno degli edifici di culto paleocristiani più interessanti d’Italia ed è ricordato anche da Cassiodoro nel volume VIII del suo Viarum libri. Che uso se ne fa? Sostanzialmente nullo!
Mi viene ancora in mente il notevole sito speleologico delle Grotte di Pertosa, visitate da tanti ospiti per la bellezza dei dedali che si snodano nelle viscere della terra, per le stalattiti e le stalagmiti, per i colori e le forme che nei secoli hanno assunto i minerali e il calcare impastati dal lento lavorio del tempo. Si tratta di uno dei pochi siti che ha dimostrato come, attraverso una oculata gestione e valorizzazione, possa verificarsi il successo delle iniziative e soprattutto un interessante riscontro in termini economici. Vi è infatti rappresentato, ormai da qualche anno, L’inferno di Dante, ad opera di Tappeto Volante: iniziativa di successo per molteplici ragioni, da considerare tra le buone pratiche quando si parla di gestione e valorizzazione dei beni culturali. Qualche altro esempio simile può farsi per il Centro storico di Teggiano, carniere di edifici e stili architettonici e artistici di grande interesse, risalenti soprattutto agli anni d’oro della famiglia Sanseverino (tra Trecento e Cinquecento). In questo periodo, giusto per citarne uno, Teggiano dà i natali all’importante umanista Giulio Pomponio Leto (figlio illegittimo di Giovanni Sanseverino, principe di Salerno) che nel 1467 fondò l’Accademia romana, cenacolo di intellettuali e letterati umanisti. La sola iniziativa, certamente di successo, che valorizza il centro di Teggiano è la manifestazione della locale Pro Loco, Alla tavola della principessa Costanza, che nel mese di agosto convoglia numerosi turisti per assistere alla rievocazione del matrimonio tra Antonello Sanseverino e Costanza d’Altavilla. Allo stesso modo, la compagnia Artificio di Polla sta tentando la suggestiva iniziativa di una visita guidata drammatizzata all’interno del Convento di Polla, edificio di culto ricco di riferimenti artistici, storici e religiosi.
Ma il Vallo di Diano è parte di un territorio più ampio che forma uno dei parchi nazionali più vasti d’Europa, appunto il Parco nazionale del Cilento, Vallo di Diano e Alburni. Ossia, Patrimonio UNESCO. Mica poco! Quanti siti vorrebbero acquisire il prestigioso marchio UNESCO e non riescono ad ottenerlo (tu stesso nei giorni scorsi hai ‘denunciato’ come il centro storico di Salerno, la Salerno longobarda, nonostante svariate richieste ancora oggi non abbia ottenuto il riconoscimento). Noi valdianesi, invece, un patrimonio UNESCO lo calpestiamo ogni giorno e il più delle volte non lo sappiamo né, di conseguenza, possiamo considerare ciò, un’occasione di sviluppo: potremmo, grazie a questo solo marchio, veicolare e promuovere i nostri prodotti artigianali ed enogastronomici (nonché le iniziative culturali) in modo agevolato, poiché consapevoli di rientrare in una rete che garantisce e certifica su qualità e prestigio.
Ma non sappiamo farlo. Perché? Questo, caro direttore, non te lo so spiegare bene, ma attribuisco alcune delle cause del mancato sviluppo soprattutto all’incapacità della classe dirigente e alla mancata volontà di fare rete. Non si sa ragionare nella logica di un NOI ma di uno smilzo e sempre più povero IO. Il processo di acculturazione è ancora lungo, e interrotto da troppe insidie. È la ragione per cui ci siamo fatti chiudere un Tribunale, una Ferrovia (qui il treno non fischia più da circa un quarto di secolo pur esistendo una efficiente linea ferrata!), non esiste un teatro che faccia una stagione.. perché, innanzitutto, non esiste un vero e proprio teatro!
E ti parlo per cognizione di causa, essendo un operatore culturale molto attivo nel territorio e anche abbastanza proficuo.
Si, tanta buona volontà da parte di qualche illuminato amministratore e in molti cittadini che tentano con ogni sforzo di smuovere le acque torbide dell’apatia e dell’incapacità, unica e sola speranza per una necessaria ripresa.. ma non basta! E sono anche amaramente consapevole che il mio non è né demagogia, né pessimismo, ma purtroppo un quadro molto chiaro e sicuramente vero sulla inefficace gestione dei Beni culturali e sulla inevitabile deriva sociale (figlia dei tempi che viviamo) che non ha risparmiato neanche i paesini adagiati sui dolci declivi collinari del Vallo di Diano.

Giancarlo Guercio
Cultore di Letteratura italiana – Università di Salerno