Il Castello di Arechi: la storica inespugnabile fortezza salernitana

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Da secoli rappresenta il colpo d’occhio più noto e riconoscibile della città di Salerno, essendo posto lì in alto a 300 metri sul livello del mare.

Il Castello Arechi è un eccezionale sito turistico da vari punti di vista: storico, essendo stato da tutti i punti di vista un protagonista della storia di Salerno, per tanti secoli e sotto le tante dominazioni della città campana; ingegneristico, in quanto rappresentava il vertice alto di un incredibile sistema difensivo “triangolare” (i cui lati erano le mura che da esso partivano) che rese Salerno una delle città più fortificate ed inespugnabili d’Italia per tanti secoli; paesaggistico, in quanto immerso in una incantevole vegetazione e, soprattutto, per la spettacolare vista che, dalle sue terrazze, si può godere della città, senza dubbio il miglior panorama cittadino (assieme a quello del vicino Monte San Liberatore).

Ma andiamo con ordine. Il Castello sorge sul monte Bonadies, così chiamato perchè dà il “buongiorno” alla città, essendo il primo luogo cittadino in cui al mattino sorge il sole (“bonadies” in latino vuol dire “buongiorno”).

Oggi lo chiamiamo castello, ma in origine si trattava di una Torre, che coincide, grosso modo, con l’ala più alta del sito, denominata “Turris maior”. Ma quando fu costruita questa torre?

Per anni gli archeologi si sono divisi sulla data di fondazione; si è creduto in passato che sul monte esistesse un originario “castrum” romano, da cui poi fosse originata la Turris. E, in effetti, la colonia di Salernum, voluta dal senato romano con una legge del 197 avanti Cristo e fondata nel 194 avanti Cristo, nasce con la dicitura “ad castrum Salerni”. Una colonia nata per tenere a bada eventuali ribellioni delle popolazioni che abitavano le zone dei picentini. Tuttavia, se c’era una fortificazione, nulla lascia intendere che si trovasse sul monte Bonadies; soprattutto, sono davvero scarsi i ritrovamenti di monete e suppellettili di quell’epoca, rinvenuti negli scavi del castello.

Per questi motivi, oggi gli storici e gli archeologi propendono per una soluzione diversa: la Turris Maior fu fondata con ogni probabilità dai bizantini, intorno al 500 dopo Cristo, nell’ambito delle guerre greco-gotiche per la conquista delle terre italiche, che avevano riguardato anche Salerno.

Una volta impossessatisi di Salernum, i bizantini intravidero le eccezionali potenzialità di sviluppo commerciale della cittadina, che aveva un importante sbocco sul mare, e decisero di difenderla strenuamente attraverso un elaborato sistema difensivo. Sul colle Bonadies fu costruita la Turris Maior, che si innalzava addirittura su cinque, se non sei livelli; la Turris dominava tutta la città, consentendo ai soldati bizantini un monitoraggio completo del territorio e un controllo da eventuali attacchi via mare. Attorno alla torre stavano altre fortificazioni minori, collegate alla struttura principale da mura merlate ed archi.

Il mare era fondamentale per i bizantini, in quanto a Salerno (oltre che alla vicina Napoli) partivano di continuo navi da Bisanzio, con approvvigionamenti, soldati, opere d’arte e tanto altro fosse ritenuto necessario per difendere i domini bizantini in Campania.

Il dominio bizantino su Salerno non dominò a lungo. Nel VII secolo d.C. i longobardi, dopo aver conquistato un importante territorio nell’Italia settentrionale, scesero nell’Italia Meridionale e conquistarono Benevento e buona parte della Campania, compresa Salerno (646 d.C.). Benevento divenne la capitale della “Langobardia Minor”, ma col passare degli anni Salerno crebbe sempre di più d’importanza, per la sua posizione strategica. Nel 774 d.C. il duca longobardo Arechi II fece trasferire la capitale del regno da Benevento a Salerno.

E’ con Arechi II che il castello diventa davvero un’eccezionale roccaforte e Salerno una città impenetrabile. Infatti, più che alla Turris stessa, che non viene rimaneggiata più di tanto, Arechi II si dedica alla fortificazione delle mura. Il principe (come soleva farsi chiamare) longobardo ampliò le mura, che discendevano dal castello, sia verso oriente che verso occidente, rendendole molto più alte; intorno al castello costruì un fossato, che rese la struttura ancora meno raggiungibile. Le mura dal castello scendevano giù addirittura sino al mare, incastonando la città in un incredibile sistema difensivo triangolare, come varie immagini iconografiche hanno tramandato nel corso dei secoli. Le mura che partivano dal castello scendevano giù per il monte Bonadies e coincidevano con le mura della città bassa. Sotto Grimoaldo, figlio di Arechi II, le mura furono ampliate ulteriormente e,inglobarono le sei porte di accesso alla città: porta Nocerina, porta Respizzi, porta Rateprandi, porta Mera, porta Elina e porta Rotese.

Sul peso e il ruolo dell’intervento di Arechi II si discute: non è chiaro se furono i bizantini, o il principe longobardo a rendere la Turris come veniva descritta nel Medioevo, ovvero circondata da quattro torri di guardia, una a nord (con porta di ferro incorporata), una ad ovest definita Pentuclosa (definita pentagonale), un’altra ad est chiamata “Mastra” ed un’altra a sud detta Torricella. Il complesso, inoltre, era dotato di un ponte levatoio. Gli storici, tuttavia, propendono per un interesse di Arechi II per le sole mura, come abbiamo detto.

In sintesi, entrare a Salerno da quel periodo in poi divenne cosa difficile, se non impossibile per chi era indesiderato (come i soldati degli eserciti nemici).

Tale raffigurazione “triangolare” di Salerno è celebre: la si rintraccia sui Follari, le monete che venivano coniate in città con la denominazione “Opulenta Salernum” già nell’ultimo periodo longobardo, con Gisulfo II. Una delle miniature più note, in tal senso, è quella del sacerdote Pietro da Eboli, all’interno nel “Liber ad Honorem Augusti”, da lui composto nel 1196. La miniatura rappresenta la città in epoca normanna, quando Costanza d’Altavilla fu assediata dai salernitani in rivolta. E, nei secoli successivi, l’immagine della città triangolare ritorna in varie altre raffigurazioni e diventa oggetto di disegni di artisti che giungevano in Campania per il Grand Tour.

La vita cittadina ebbe comunque come riferimento costante il castello, a partire dalla topografia: nel cosiddetto “Plaium Montis”, la zona pianeggiante alle pendici del castello, si svilupparono numerose strutture religiose e, soprattutto, grazie alle tante falde acquifere che dal Bonadies provenivano, vi fu fondato l’Hortus Magnus della Scuola Medica Salernitana (dove venivano coltivate le erbe curative, grazie al sistema di irrigazione). Prima facoltà di Medicina d’Europa, la Scuola Medica ebbe un grande impulso proprio in età longobarda e, forse, riuscì a custodire le proprie tradizioni e a svilupparle anche grazie all’inespugnabilità del castello e della città.

Come abbiamo detto, Salerno fu una città assolutamente inespugnabile, al punto che lo storico Paolo Diacono nella sua “Historia Langobardorum”  (l’opera fu scritta nel 787 dopo Cristo) la definisce “per natura e per arte imprendibile, non essendo in Italia una rocca più munita di essa”.

L’unica volta in cui la città dovette arrendersi non fu perchè espugnata: infatti, quando nel 1077 il principe normanno Roberto il Guiscardo assediò Salerno, il longobardo Gisulfo II, asserragliato nel castello, si arrese soltanto per mancanza di viveri, che non potevano più essere consegnati…

Con i normanni (e già prima, sotto il longobardo Siconolfo), Salerno divenne per quasi un secolo la capitale di un grande principato, che si estendeva per quasi tutta l’Italia meridionale peninsulare e può essere, a ragione, chiamato l’antesignano del Regno delle due Sicilie. Per questi motivi, era davvero importantissimo difendere la capitale di tale grande principato dagli assalti esterni: la capitolazione di Salerno avrebbe rappresentato anche la conquista dei suoi domini da parte degli eserciti nemici. Ciò spiega i continui e costanti rafforzamenti delle mura, nel corso del Medioevo.

Sotto i normanni, il castello viene rimaneggiato leggermente, con la costruzione di un loggiato che scende verso sud; ma, anche in questo caso, a subire un ampliamento furono soprattutto le mura, ulteriormente sopraelevate al fine di difendere la città dagli assalti dei nemici, che si servivano di nuovi macchinari bellici, quali le catapulte. Ma sotto i normanni, probabilmente, nasce una nuova importante opera: è la Bastiglia, ovvero la torre che si erge su un altro colle a nord del Castello, sopraelevata a quest’ultimo. Viene detta “Bastiglia” in quanto per anni dagli storici è stata considerata erroneamente una prigione; in realtà era una semplice torre di avvistamento, che serviva a monitorare eventuali attacchi dei nemici dall’entroterra. Per come era posizionato, infatti, i militari del castello non potevano guardare “alle spalle” proprio a causa della presenza di questo sperone roccioso, che ostruiva la visuale; con la costruzione della Bastiglia, tale problema fu superato. Essa era una sorta di grande cilindro, con all’interno una scala che portava ad un unico vano.

In realtà, non la Bastiglia, ma il castello stesso era una prigione! Venne utilizzato come roccaforte difensiva (vi si ponevano i soldati che, tra le feritorie e le merlature scoccavano saette e, nelle epoche successive, pallottole di fucili) ma anche e soprattutto, come luogo di detenzione dei prigionieri di guerra. I quali erano richiusi nelle celle della Turris maior, quasi completamente prive di luce. Interessante, a questo proposito, è un graffito ritrovato in una di queste celle, raffigurante San Leonardo (protettore dei carcerati): una piccola opera d’arte realizzata da un prigioniero che, conoscendo il suo destino ineluttabile (sarebbe marcito fino alla morte in quel luogo) sentì il bisogno di affidarsi a un’icona religiosa, che realizzò sul muro della cella con le sue mani, anzi, con le catene che lo tenevano legato!

Il castello mantenne una funzione difensiva in epoca normanna, sveva e angioina (che ne fecero un’accurata manutenzione, a spese della cittadinanza!) Il castello, poi, cominciò a diventare non più una prigione e una roccaforte, ma un luogo di abituale dimora dei regnanti verso la fine del dominio angioino e l’inizio di quello aragonese (siamo ormai nel ‘400): a questo periodo, infatti, risalgono le numerose ceramiche ritrovate negli scavi, come calici, brocche, bicchieri, maioliche che testimoniano la presenza di insediamenti di corte. In quest’epoca e con il successivo dominio dei Sanseverino (signori che ebbero la città come feudo dal 1463 al 1553) il castello fu ingrandito a sud-est con la terrazza che è oggi visibile (e che dona una spettacolare vista su tutta la città). Intorno al 1550, il viaggiatore inglese Thomas Hoby visitò Salerno e scrisse sul suo diario: “In alto, sulla roccia sopra la città, vi è un bel castello dove vive il principe (Ferrante Sanseverino) ed esso gode di aria salubre e di straordinari panorami tanto verso il mare quanto verso le colline circostanti dove non cresce quasi altro che rosmarino”.

Fu proprio la fine del dominio dei Sanseverino a segnare il declino della città e del suo castello. Ferrante Sanseverino prese come residenza proprio il castello di Arechi e si circondò di un’ eccezionale corte di artisti ed intellettuali come Agostino Nifo (filosofo) e Bernardo Tasso (padre del grande Torquato Tasso). Nel castello fu ospitato da Ferrante anche l’imperatore Carlo V.

Ferrante rilanciò Salerno e il suo prestigio, cercando di riportare in auge la Scuola Medica Salernitana. Ma quando, servendosi della sua posizione privilegiata, tentò di battersi contro l’Inquisizione spagnola nel regno di Napoli (che generava grave malcontento), fu punito severamente e inviato in esilio.

Da quel momento, il declino di Salerno e del suo castello furono inesorabili. Il Castello subì un degrado sempre più vistoso, per anni addirittura fu frequentato solo da pastori e greggi. Un degrado che durò fino al ‘900. Nel dicembre 1960 la Provincia acquisì il Castello e iniziarono i lavori di recupero, che hanno portato al restauro della Turris Maior e al rinvenimento di monete antiche, ceramiche, oggetti di vetro e tanto altro pregiato materiale contenuto nel Museo archeologico del castello.

Oggi il castello è visitabile dal martedì alla domenica dalle ore 9.00 alle ore 17.00. Nel castello vi è anche un museo multimediale, e, nei dintorni, un bel parco naturale attrezzato, ideale per picnic. Il biglietto d’ingresso ordinario costa 5 euro, ridotto 2,50 euro (per gruppi superiori alle 15 persone, per docenti eper giovani tra i 18 e i 25 anni); ingresso gratuito per le scolaresche accompagnate da insegnanti.

E’ preferibile la prenotazione della visita:

Telefono/fax: 089 2964015
E-mail: info@ilcastellodiarechi.it

Michele Piastrella