R.Tiziana Bruno racconta “Chiamarlo Amore non si può”, progetto contro la violenza sulle donne

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In una lettera a Citizen, la scrittrice salernitana  Rosa Tiziana Bruno ci racconta di questo straordinario progetto di sensibilizzazione contro la violenza nelle donne, da lei curato, rivolto alle scuole

Gent.mo Direttore

come donna e cittadina salernitana, mi sta a cuore raccontarle un’esperienza singolare che mi vede protagonista, sia come scrittrice che come studiosa di sociologia dell’educazione.
Si tratta del progetto «ChiamarloAmore (non) si può» che coniuga la letteratura con le arti visive, allo scopo di lanciare una campagna di riflessione e sensibilizzazione sul fenomeno della violenza contro le donne.
Il titolo dell’esposizione riprende quello dell’antologia “Chiamarlo amore non si può” (Ed. Mammeonline), di cui sono coautrice. Subito dopo l’uscita del libro, mi è venuta l’idea di coinvolgere anche gli appassionati di fotografia, essendo anch’io una grande amante della fotografia, da sempre.
Ho contattato non solo fotografi noti, ma anche gente comune, soprattutto i giovanissimi appassionati di mobile photography, abituati a condividere i propri scatti nei social network. Ho lanciato un piccolo contest su Instagram e ho chiesto ai partecipanti di rappresentare la differenza tra amore e non-amore. Il risultato è stato sorprendente, sono arrivate quasi mille fotografie da tutto il mondo, in pochissimo tempo. E ancora e ne arrivano, nonostante il contest sia concluso.
Questo grande successo mi ha invogliata a proseguire, ho chiesto al Comune di Napoli di concedermi uno spazio dove esporre le foto migliori per poter coinvolgere i cittadini campani e soprattutto i ragazzi nelle scuole.
La risposta dell’amministrazione comunale è stata eccellente. Il Sindaco mi ha offerto i locali del “Palazzo delle Arti” e ha anche concesso il Patrocinio morale alla mia iniziativa. Qualche tempo dopo, essendo io una scrittrice di fiabe e quindi a contatto con molti illustratori, ho deciso di coinvolgere nel progetto anche fumettisti e illustratori di libri per l’infanzia, nonché pittori e creatori di interior design.
L’iniziale mostra fotografica è diventata una mostra di Visual Art, con opere ricche di spunti differenti ma con uno stesso obiettivo: riflettere sul fenomeno della violenza contro le donne.
Tutti gli artisti, provenienti da ogni angolo del mondo, hanno donato le loro opere gratuitamente. Alla stessa maniera di come abbiamo fatto noi scrittrici e l’editrice quando abbiamo scelto di devolvere all’Associazione Italiana Donne per lo Sviluppo i compensi della vendita del libro.
Questa mostra propone agli adolescenti e agli adulti un percorso di riflessione sul fenomeno della violenza sulle donne. Ma come si fa a spiegare alle ragazze e ai ragazzi che cos’è la violenza di genere e come prevenirla?
In realtà, ragazzi e ragazze conoscono già fin troppo bene il concetto di violenza. Appartiene al loro quotidiano. La maggioranza delle immagini proiettate in televisione o in internet sono basate sulla violenza, sull’omicidio, sulla sopraffazione. Gli eroi degli schermi spesso sono degli assassini, a volte uccidono perfino in nome della giustizia e della pace. Assurdo, vero? Nella strada sono i più forti ad essere rispettati, coloro che si impongono, che pressano. Dovunque, prevale la regola del più forte. Nel rapporto uomo-donna, in special modo, la prevaricazione prende il posto dell’amore, come fosse normale basare le relazioni sul dominio fisico o psicologico. Si confonde l’amore con il potere. A volte ho davvero l’impressione che l’educazione non sia più nelle mani della famiglia o della scuola, ma esclusivo appannaggio della televisione. Allora succede che in quest’atmosfera confusa i ragazzi restano preda di una grande insicurezza. Spesso non hanno coscienza del loro stato emotivo e assecondano reazioni istintive, impulsive, dando origine ad atti violenti gratuiti. Sembra non esistere alcun modello di controllo emotivo, a parte la difesa del proprio ego.
Senza rendercene conto, stiamo togliendo ai ragazzi la possibilità di sviluppare la propria identità, nella consapevolezza e rispetto dell’altro. Abbiamo creato un sistema consumistico in cui stiamo rimanendo imbrigliati, tutti. Corriamo dietro a mille cose, senza fermarci mai. Però l’educazione richiede lentezza, cura, attenzione. In particolare l’educazione emotivo-relazionale, che è quella più trascurata.
Ci preoccupiamo di insegnare le funzioni algebriche, l’informatica o l’inglese, ma della consapevolezza emozionale dei ragazzi non ci interessiamo quasi mai.
Quando ci esasperano vorremmo punirli, ma una punizione senza educazione non ha alcun senso. Così come anche la permissività eccessiva è pericolosa.
E’ indispensabile, a mio avviso, educare ad un comportamento riflessivo, insegnare il rispetto dell’altro, il senso della dignità, il pensiero critico.
Essere critici è fondamentale. Soprattutto verso sé stessi, verso la propria interiorità. Per questo, l’educazione emotiva e relazionale diventa importante, a maggior ragione oggi, nella realtà sociale complessa di cui siamo parte.
Se vogliamo spiegare la violenza ai ragazzi, dobbiamo parlare d’amore. Cos’è che distingue l’amore dal non-amore? Siamo davvero sicuri di riconoscerlo? Ecco che la letteratura e le arti visive possono venirci in aiuto per affrontare questo tema con i ragazzi. E da questa convinzione nasce l’idea della mostra “Chiamarlo amore (non) si può”. Se non impariamo a riconoscere l’amore, rischiamo di rimanere intrappolati in tutto ciò che gli assomiglia vagamente, ma che invece è il suo opposto. Mi riferisco a tutte quelle relazioni in cui si consuma una violenza psicologica o fisica, e che spesso le persone scambiano per affetto. Per amare bisogna conoscersi e conoscere. Urge un’educazione all’amore. Mi piace pensare che l’educazione al genere sia un traguardo sia vicinissimo. Non è un obiettivo difficile. Basta volerlo, crederci.
L’idea di unire letteratura e arti visive ha lo scopo di mostrare la realtà attraverso le immagini quotidiane che la vita regala. Quante volte succede che nemmeno ci accorgiamo di quel che abbiamo intorno? La fotografia e la pittura, come la letteratura, sono modi per osservare il mondo, per comprenderlo, per giocarci e interpretarlo. E mi riferisco al mondo fuori, ma anche a quello dentro di noi.
La mostra “Chiamarlo amore (non) si può” è nata proprio per collegare la letteratura con l’arte della fotografia. Ho fortemente voluto questo progetto perché credo molto nella sinergia tra artisti e nella potenza straordinaria della creatività che possiede ogni essere umano. L’arte, ogni forma d’arte, possiede una forza straordinaria perché nasce dalla parte più ribelle e profonda di ogni essere umano. Ribelle, perché rappresenta il nuovo, la capacità di creare qualcosa che prima non esisteva. Profonda, perché scaturisce dalle emozioni più intime della persona e dal suo rapporto con il mondo.
Se c’è da modificare la realtà, dunque, l’arte è una delle armi più efficaci che l’umanità possa usare. Ci aiuta a riflettere sul mondo, su noi stessi, ci invita alla lentezza, all’attenzione per i particolari. La violenza di genere nasce spesso proprio dalla noncuranza, dalla disattenzione, dall’indifferenza verso l’altro/a, dal dare tutto per scontato, senza chiedersi come o perché.
In questa gran confusione e fretta consumistica, succede che sfuggono perfino le cose più importanti, come la necessità di rispettarsi e di amarsi reciprocamente tra uomini e donne. Cos’è l’amore? Proviamo a rifletterci con una foto, con un quadro o con un fumetto. Perché no?

Un sentito grazie per la sua attenzione.
R. Tiziana Bruno

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