La meravigliosa storia del Giardino della Minerva – intervista al curatore, Luciano Mauro

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Bisogna armarsi di santa pazienza e di un paio di scarpe comode per raggiungere via Ferrante Sanseverino, all’interno del quartiere che, nella Salerno medievale, era noto come Vico Plaiomonte (Plaium montis): la strada è tutta in salita, in forte pendenza e il selciato sicuramente non aiuta. Solo all’altezza della chiesa di Santa Maria delle Grazie una breve scalinata porta in discesa per qualche metro. Ci si trova così davanti ad un antico portoncino aperto in un muro di cinta. In realtà questo è uno scrigno che racchiude un autentico tesoro: il Giardino della Minerva.
Si tratta di un giardino a terrazze, di cui si ha notizia già nel XII secolo. D’altronde, Vico Plaiomonte, quartiere aristocratico e “panoramico” appollaiato sulle pendici del colle Bonadies, era famoso all’epoca per i suoi giardini, che seguivano il corso della cortina di mura che dal castello scendeva fino al mare, e l’irrigazione era assicurata dal torrente Fusandola la cui sorgente è proprio in cima al colle. Giardini a terrazza, ereditati dai giardini “a ippodromo” bizantini, e ampiamente sviluppati dall’agricoltura amalfitana.
Alcuni documenti tra cui una pergamena conservata nell’archivio dell’abbazia di Cava dei Tirreni, segnalano questo in particolare come il giardino del palazzo dei Silvatico, nobile casato salernitano originario di Olevano sul Tusciano iscritto al Sedile del Campo, e che aveva un’antica tradizione: la medicina. In quella pergamena, infatti, di XII secolo, quell’area è indicata come proprietà di Gaita, figlia del medico Giovanni Silvatico, e di suo marito Pietro
Infatti si conoscono i nomi di ben tre medici provenienti dalla famiglia Silvatico, di cui il più celebre è sicuramente Matteo Silvatico, vissuto a cavallo tra il XIII e il XIV secolo, e che si può annoverare a pieno titolo tra le pietre miliari della Scuola Medica Salernitana. E’ autore dell’ Opus Pandectarum Medicinae, volgarmente detto Pandette, una sorta di enciclopedia dei semplici terminata nel 1317 e dedicata al re Roberto d’Angiò, di cui era medico personale. E’ un’opera colossale, comprende ben 721 capitoli che descrivono caratteristiche e proprietà mediche di vegetali, minerali e animali. Si tratta in realtà di un “collage” in cui Matteo Silvatico ha riunito le opere più importanti di botanica e medicina del suo tempo, in particolare molti dei lemmi sono praticamente copiati dall’opera di Simone da Genova, datata alla seconda metà del secolo precedente. Matteo Silvatico aggiunge comunque del suo qua e là, particolari desunti dall’osservazione personale. Così, all’interno del lemma sul taro (Colocasia antiquorum), una pianta dai tuberi simili alle patate che cresce dove c’è molta acqua, troviamo questa frase: «E io stesso la posseggo nel mio giardino di Salerno, presso una fonte copiosa.» E poiché, fino al XV secolo, le lezioni delle università medievali si tenevano molto spesso a casa del maestro, probabilmente era proprio lì che Matteo Silvatico teneva le sue lezioni, mostrando ai suoi allievi le varie specie di piante da cui si potevano ricavare polveri o pomate contro febbri e gonfiori.
Nel Cinquecento, poi, lo ritroviamo nelle mani di un’altra famiglia di medici, gli Alfano, proprietari d’altronde della più importante spezieria di Salerno
L’impianto del giardino che si può vedere ora, però, con i suoi viottoli ad angolo retto, le fontane a grotta e i pilastri che sorreggono i pergolati di vite, non è quello originale. L’ex palazzo dei Silvatico risente pesantemente degli interventi fatti nel Seicento da don Diego del Core, cui gli Alfano, strozzati dai debiti, erano stati costretti a venderlo: suo ultimo proprietario, ai primi del Novecento, fu il matematico Giovanni Capasso, che vi ospitò l’Ateneo-Convitto Galileo Galilei di sua fondazione. Il viridarium di Matteo Silvatico si trova in realtà due metri più sotto l’attuale livello, come hanno documentato gli scavi intrapresi durante i lavori di restauro del giardino; gli stessi restauri che hanno portato alla luce delle tegole dipinte del XV secolo e brandelli di affreschi cinquecenteschi.
E invero un bel restauro era proprio quello che ci voleva per l’ex Palazzo Capasso e relativo giardino, ridotti in uno stato di degrado spaventoso. Un lavoro da certosino, realizzato da un’equipe guidata dall’agronomo Luciano Mauro, che è partita proprio dalle Pandette, andando a identificare, rintracciare e ripiantare una per una 265 delle 487 specie di piante nominate nell’opera!
«Cominciò tutto un po’ per caso. – racconta il dott. Mauro. – Eravamo alla ricerca di un luogo in cui far rivivere l’orto botanico di Matteo Silvatico, e scoprimmo solo dopo che quello era veramente l’orto botanico di Matteo Silvatico.»
Trasformare un giardino antico in rovina in un orto botanico medievale non è propriamente uno scherzo: ha richiesto più di dieci anni di lavoro, soprattutto se si tratta di andare a ripescare specie vegetali estinte o quasi. E non mancano gli aneddoti gustosi.
«Per raccogliere la mandragora siamo dovuti andare fino a San Pantaleo, un isolotto in provincia di Trapani. Con il permesso della Forestale ne raccogliemmo dieci esemplari. Sulla strada del ritorno, i barcaioli locali, vedendoci con fascine di mandragora sottobraccio, ci fissavano sconcertati e ci domandavano cosa volessimo farcene. Così venimmo a sapere che gli abitanti di Mozia conoscono benissimo la mandragora, che loro chiamano dragora, e la usano contro le emorroidi! Avranno pensato che fossimo tutti affetti da emorroidi acute!»
Luciano Mauro sottolinea che il Giardino della Minerva non può essere un orto botanico in senso moderno, dove si possa fare ricerca farmacologica: lo spazio è troppo poco, e un laboratorio interferirebbe pesantemente con il suo carattere storico.
«Il Giardino della Minerva è soprattutto un luogo della didattica, un modo per mostrare materialmente cosa è stata la Scuola Medica Salernitana. E questa scelta ci ha premiati: nel 2010 il Giardino è stato inserito nella categoria dei parchi più belli d’Italia, ed è diventato tappa obbligata per gli studenti di Seattle (USA) che completano la loro formazione in Storia della Medicina Tradizionale».
Il dott. Mauro, inoltre, ci tiene a precisare che si tratta di un lavoro in continuo divenire. Il giardino è dotato di un vivaio proprio per coltivare queste piante: una buona parte ha vita molto breve, e non si fa nemmeno in tempo a raccogliere il seme che subito si deve ripiantare di nuovo. Il fieno greco o trigonella, per esempio, apprezzato molto anche dalla medica Trotula come emolliente e risolvente, si semina ad aprile, e già ad agosto si deve raccogliere il seme.
Il Giardino della Minerva è dunque un piccolo museo verde sulla botanica medica della Scuola Salernitana: l’associazione Erchemperto si è occupata di progettare grandi pannelli esplicativi per permettere ai visitatori di tutte le età (bambini compresi) di entrare un po’ nella prospettiva di Matteo Silvatico. Non basta, ogni specie è corredata da un cartellino con nome volgare e scientifico della specie, e il posto che essa occupa all’interno della dottrina galenica dei Quattro Elementi, spina dorsale dell’insegnamento della Scuola Medica Salernitana. Esempio: il cappero (Capparis spinosa), caldo e secco, dunque il suo olio va applicato dove ci sono problemi legati all’eccesso di flemma, e in realtà è un ottimo astringente. Una sola specie non figura nell’opera di Matteo Silvatico, e il cartellino lo spiega chiaramente: il mandarino, specie comparsa solo nell’Ottocento.
Il progetto in un primo momento si era limitato al giardino. Ma poi si è riusciti a recuperare anche il palazzo, almeno il pianterreno, quello in comunicazione con il giardino. Non si può fare a meno di notare i colori pastello di cui è dipinto il soffitto di quella che ora è la sala G.Capasso, l’asso nella manica per gli eventi speciali: vi si tengono mostre di vario tipo, ma anche concerti.

Dentro è stata ricavata anche una tisaneria gestita dall’associazione Nemus, che dà la possibilità di sperimentare praticamente la dottrina degli umori attraverso tisane e biscotti; naturalmente fatte di materie prime non provenienti dal giardino (la produzione in loco è troppo misera per un uso “commerciale”) ma, e questo i ragazzi della Nemus ci tengono a precisarlo, biologici al mille per mille. E nella bella stagione la tisana si può anche consumare all’aperto, sulla loggia, su graziosi tavolini davanti alla scenografica fontana cinquecentesca e al panorama del Golfo di Salerno.
Eppure, girando per le terrazze del Giardino della Minerva, si incontrano più stranieri che salernitani, in particolare Tedeschi (tranne che in occasione di visite di scolaresche o di eventi particolari). E, ahimè, sono proprio questi stranieri a definire questo il posto più bello di Salerno. Un vero peccato che questo posto non sia frequentato quanto meriterebbe, come merita i 3 euro del biglietto d’ingresso (1,50 quello ridotto per i bambini e gli studenti universitari), o i 15 euro di un abbonamento annuale, che d’altronde garantiscono la fruibilità di un luogo che ha bisogno di continua manutenzione; l’orario di apertura varia a seconda della stagione.
Un vero peccato, specie nelle terse giornate di fine primavera, quando l’aria dà il meglio di sé, la vegetazione fitta quanto basta ripara dal sole senza esagerare, e il mormorio delle fontane fa rimpiangere che l’acqua non sia potabile. Il Giardino della Minerva è molte cose insieme: un luogo carico di storia e di sapere, una perla d’arte racchiusa in un’ostrica di verde, un anfiteatro aperto che schiude una vista mozzafiato sul centro storico della città, sul mare, e sulle verdi montagne punteggiate di limoni della Costiera Amalfitana.

Federica Garofalo

Per saperne di più:
www.giardinodellaminerva.it
www.erchemperto.it
www.nemus.eu
Luciano Mauro, Paola Valitutti, Il giardino della Minerva, Edizioni 10/17, 2011

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