Fuori dall’invisibilità: i progetti per l’integrazione dei migranti nella Piana del Sele

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Sono passati ormai cinque anni da quando, l’11 novembre del 2009, l’insediamento di San Nicola Varco, un piccolo campo distante 18 km da Eboli, venne sgomberato dall’intervento di polizia, carabinieri e finanza. Più di 1200 lavoratori immigrati, per lo più di nazionalità marocchina e nord-africana, che vi risiedevano in fatiscenti roulotte e piccole baracche in lamiera dopo l’intervento delle forze dell’ordine dovettero cercarsi un diverso alloggio nei dintorni per poter continuare a lavorare per pochi euro al giorno nei campi della Piana del Sele.

La raccolta di ortaggi nei terreni agricoli della provincia di Salerno, gestita da grandi aziende del settore agroalimentare, ha bisogno di manodopera disponibile a turni massacranti e poco retribuiti e, quindi, la comunità di immigrati dal Marocco, presente nella Piana da oltre quindici anni, fu cacciata dalla struttura fatiscente di San Nicola per poi riversarsi nei campi adiacenti e oggi vive in piccole abitazioni di fortuna a ridosso dei centri abitati.

I 14 ettari di terreno di proprietà della Regione Campania furono trasferiti al Ministero dell’Agricoltura e l’operazione di svuotamento del campo fu chiesta dalla magistratura salernitana per motivi di “igiene e sanità pubblica”. Questa operazione portò solamente allo sgombero dei lavoratori migranti e nessuna struttura alternativa di ospitalità fu concessa loro negli anni successivi: il centro di accoglienza costruito nella vicina località di “Torre Barriate”, già inaugurato nel 2009 e pronto per ospitare una ventina di migranti con alloggio e servizi, è attualmente chiuso in attesa di permessi burocratici che possano renderlo attivo e fruibile. L’unica grande opera che è stata tirata su, proprio dopo lo sgombero del campo di San Nicola Varco, è stata quella del “Cilento Outlet”, un immenso centro commerciale che si incontra venendo da Salerno sulla statale una volta superata Battipaglia.

La maggior parte degli ex abitanti dell’insediamento ebolitano era in possesso di regolare permesso di soggiorno, garantitogli appunto dal lavoro nelle aziende nei campi, e non tornò nel proprio paese di origine, diversamente da un centinaio di migranti che furono rimpatriati grazie all’incentivo economico di 2000 euro a persona (500 alla partenza dall’Italia e il resto una volta arrivati in Marocco). Un gruppo finì nei campi di Rosarno in Calabria, trovando condizioni lavorative ancora più problematiche, altri partirono per diversi Paesi esteri ricongiungendosi con i propri familiari ma la maggioranza rimase nella Piana del Sele trovando sistemazione in appartamenti messi in fitto anche dai propri connazionali.

In questi cinque anni trascorsi dallo sgombero altre centinaia di migranti sono giunti in provincia di Salerno e, oggi, queste persone incontrano numerose difficoltà di inserimento nella realtà locale. Le istituzioni faticano a venire incontro alle tante esigenze della popolazione migrante stabilitasi nelle località tra Eboli e Battipaglia e si può affermare che l’emergenza umanitaria continui ancora.

Un importante presidio a disposizione degli immigrati è, invece, presente presso la parrocchia di S.Vito al Sele nella zona di “Picciola” nel comune di Eboli. Grazie all’impegno della chiesa locale guidata dal parroco don Daniele Peron e alla Cooperativa sociale San Paolo di Salerno sono stati attivati numerosi servizi di vitale importanza per tante persone, in prevalenza immigrati ma anche qualche italiano, residenti nelle vicinanze: uno sportello legale, il banco alimentare con la distribuzione di viveri un giovedì ogni mese, la consulenza di mediatori culturali e assistenti sociali, nonché l’aiuto nelle emergenze varie in vestiti e beni di prima di necessità per le persone che vivono condizioni di disagio.

“C’è la necessità di non aspettare la prossima emergenza e intervenire oggi a favore dell’accoglienza e dell’inserimento dei migranti nel tessuto sociale – afferma Roberto Romano, volontario e responsabile del progetto per la Cooperativa San Paolo – perché solo interventi di prevenzione possono evitare il diffondersi della xenofobia e dell’ostilità verso gli immigrati. Abbiamo messo in campo due sportelli che offrono ascolto, consulenza legale, forniscono viveri e beni primari. Nonostante i nostri sforzi non riusciamo a coprire tutta la richiesta, che è enorme, anche perché la zona di Eboli è una delle più problematiche del mezzogiorno e vede una forte presenza di stranieri impiegata come manodopera nei campi”.

Durante la distribuzione dei pacchi del banco alimentare, mentre i volontari urlano a gran voce il numero della prenotazione, ci sono tante donne con il classico velo islamico in fila che attendono il loro turno. Le donne migranti non si vedono spesso in giro: mentre i loro mariti lavorano nei campi, escono di rado come in questa occasione per portare a casa dei generi di conforto. Sono tanti i volti e tante le storie che si incrociano allo sportello, tra cui quella di Khettari Abdelghani, lavoratore agricolo nella piana del Sele: “Sono venuto dal Marocco ormai parecchi anni fa e ho vissuto nella struttura di San Nicola Varco fino a quando è stata sgomberata. Diversi miei amici andarono via e tornarono a casa, ma io rimasi. Da allora mi sono trasferito nei dintorni, girando per i piccoli paesi della zona come Roccadaspide. Continuo ormai da anni a lavorare nei campi anche se non tutti giorni, solo quando veniamo chiamati saltuariamente dalle aziende agricole del posto. La vita qui è dura e si fanno tanti sacrifici: si lavora nei campi dalle sette di mattina fino alle tre di pomeriggio per una paga di circa 25 euro giornalieri”.

Mentre la fila della consegna dei viveri viene smaltita incontriamo la mediatrice culturale dello sportello, Fatiha Chakir, di origine marocchina, vicepresidente della Consulta Immigrati della Provincia di Salerno e conduttrice del primo telegiornale in lingua araba “Aljalira”, in onda su LiraTv e promosso dall’emittente televisiva salernitana e dalla Coldiretti. Per Fatiha, impegnata nel mondo dell’accoglienza verso i migranti sin dai tempi del campo di San Nicola Varco, (fu la prima donna a entrarvi come mediatrice culturale) concetti come solidarietà e integrazione devono essere vissuti in maniera estremamente concreta: “integrazione significa far capire che ci sono persone disposte ad aiutare i migranti. In queste realtà mancano veri e propri luoghi di socializzazione, soprattutto per le donne, che vivono spesso recluse nelle loro case. Nella nostra provincia ci sono diverse associazioni che fanno molto per i migranti, ma in teoria ce ne sarebbero tante di più che però sono impegnate solo sulla carta o quasi esclusivamente in convegni e seminari. Una parte della chiesa (parrocchie, associazioni, Caritas etc.) si muove molto bene in questo campo portando aiuto anche a persone che sono di religione islamica: in questo caso si sperimenta effettivamente non solo la solidarietà ma anche un interscambio culturale molto positivo. In un paese come l’Italia in cui non vige lo Ius soli e non viene riconosciuta facilmente la cittadinanza agli stranieri è fondamentale fare rete, cominciando con l’ascolto e l’accoglienza per far uscire le persone migranti dalla condizione di invisibilità. Gli italiani affidano agli stranieri la cura delle proprie famiglie, dai figli agli anziani, così come gli immigrati svolgono tanti lavori umili e importantissimi per la crescita della società: i figli degli immigrati devono essere considerati a pieno titolo come i nuovi italiani”.

 

Luigi Narni Mancinelli

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