La splendida Santa Trofimena a Salerno – storia, esaltanti scoperte e un controverso restauro

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Si dice che questa chiesetta, che oggi costituisce l’ingresso del quartiere salernitano delle Fornelle, sia stata costruita per essere utilizzata una sola notte!

Infatti, nel Chronicon Salernitanum, opera molto probabilmente di un monaco salernitano dell’XI secolo, si legge che una chiesa in onore di Santa Trofimena fosse stata fatta erigere nell’839 da Radelchi, principe di Benevento, per farvi transitare le reliquie della santa sul cammino del ritorno alla cittadina di Minori, da dove il suo predecessore Sicardo le aveva razziate; un atto di riconciliazione del principe di Benevento nei confronti degli Amalfitani, che Sicardo aveva deportato a Salerno dopo aver conquistato la loro città. Possedere delle reliquie, all’epoca, era uno status symbol, e le vestigia dei santi potevano costituire sia un prezioso bottino di guerra per ricordare alle città conquistate chi fossero i nuovi padroni, sia un dono di grande valore per suggellare missioni diplomatiche, come quella condotta nel 763 dal gastaldo Gualtari per conto di Arechi II a Costantinopoli, durante la quale furono donate all’ambasciatore le reliquie di Sant’Eliano.

Non sappiamo se la chiesa di Santa Trofimena sia davvero nata così, il primo cenno in un documento di questo edificio si trova nel 995: ma certo è che si trattava di una chiesa importante, così importante da dare il suo nome a un intero quartiere, il Vico Amalfitano, chiamato appunto anche Vico di Santa Trofimena; così importante che lo stesso duca delle Puglie e delle Calabrie Ruggiero Borsa, figlio del normanno Roberto il Guiscardo e della principessa longobarda Sichelgaita, decise, nel 1100, di farsi consacrare lì.

Retro di Santa Trofimena in Salerno (antico ingresso) prima dei restauri.
Retro di Santa Trofimena in Salerno (antico ingresso) prima dei restauri

Era un quartiere ricco e dinamico, il Vico di Santa Trofimena, abitato perlopiù da gente originaria di Amalfi o Atrani, una vera e propria “piazza commerciale” della Salerno altomedievale, in cui si potevano trovare merci provenienti da Bisanzio e dal Nord Africa fatimida, che arrivavano in città (non esistendo ancora il porto a ridosso delle mura) sia attraverso gli scali della Costiera Amalfitana, sia da quelli situati alla foce del Sele; sarà solo dal XV secolo che troviamo la denominazione di “Fornelle” per definire questo quartiere, forse perché proprio qui si trovava il più importante forno pubblico per il pane della città.

Nel corso dei secoli la chiesa è stata completamente stravolta, anzi addirittura “capovolta”: nell’Ottocento fu quasi completamente rifatta, l’antico ingresso fu chiuso e ne fu aperto un altro là dove prima si trovava l’abside. Qualche traccia dell’antica chiesa, però, è riconoscibile: sul retro della chiesa si può scorgere ancora la sagoma del tetto spiovente e, a fianco, il piccolo campanile, tipica architettura altomedievale comune anche ad altre chiese salernitane come San Gregorio e San Felice in Felline.

Il retro della chiesa di Santa Trofimena
L’attuale facciata della chiesa di Santa Trofimena

L’archeologia, sembra confermare quanto ci dicono i documenti scritti: gli scavi condotti nel corso degli anni ’90 hanno rivelato un primo livello, sotto l’attuale edificio, una chiesa in stile longobardo in piena regola, con tre navate e tre absidi semicircolari, riutilizzata in seguito come cimitero. Non solo, tra il materiale di riempimento sono stati trovati dei frammenti di affresco, oggi conservati al Museo Diocesano, datati, in base allo stile, tra il IX e il X secolo.

«Sono circa 6000 frammenti, di alta qualità – spiega la dott.ssa Rosanna Romano, storica dell’arte e funzionaria della Soprintendenza BSAE di Salerno e Avellino. – Hanno molte somiglianze con gli affreschi di San Vincenzo al Volturno, della stessa epoca. Non siamo ancora riusciti a ricostruire il soggetto dell’affresco, ma pare si tratti di una teoria di santi con decorazioni e panneggi. Non sappiamo dove l’affresco fosse effettivamente collocato, e d’altra parte non abbiamo i fondi necessari per procedere ad un eventuale riposizionamento; già da tempo, però, con l’aiuto dell’architetto Sonia Caggiano, lavoriamo al progetto di creare un database in cui catalogare, uno per uno, tutti i frammenti dell’affresco, in modo da tentare una ricostruzione almeno virtuale.»

Ma se il restauro di un affresco ridotto in briciole presenta molti problemi, il restauro dell’edificio stesso dell’ex chiesa di Santa Trofimena ne presenta ancora di più, specie se abbandonato da decenni. L’ultima volta che si poté accedere all’interno fu nel 2006, in occasione della manifestazione “Salerno Porte Aperte”, e chi ebbe la possibilità di accedervi ricorda bene la sporcizia e la fatiscenza che vi si respirarono. I lavori di ristrutturazione iniziarono nel 2010, e quest’anno è terminato il restauro conservativo della parte esterna.

Restauro che ha sollevato un’ondata di polemiche, in particolare per l’intonacatura di vernice bianca che ora la copre quasi interamente.

Il perché ce lo spiega lo storico Vincenzo de Simone: «Secondo la mia opinione, un restauro conservativo deve assolvere al compito di consolidare l’immobile e rendendolo fruibile, ma anche di salvaguardarne la memoria storica con la possibilità di lettura delle varie fasi intervenute nel suo vissuto, non di nascondere tali fasi sotto anonime intonacature.»

In effetti, esaminando le fotografie dell’edificio prima del restauro, si notano sul retro, l’antico ingresso, le tracce del nartece (porticato esterno tipico delle chiese altomedievali) e del timpano che sovrastava il piccolo portale; e ora, in effetti, tutto questo è nascosto dall’intonaco bianco.

D’altra parte, secondo l’ingegner Matteo Adinolfi, che dirige i lavori per conto della Curia, questa intonacatura si era resa necessaria per evitare il ripetersi del problema che aveva fatto partire il restauro conservativo.

«Fu fondamentalmente un piano di emergenza, quello presentato dall’ingegner Adinolfi in Soprintendenza nel dicembre 2009, e approvato nel gennaio 2010 dall’allora soprintendente Giuseppe Zampino,» risponde dal canto suo la dott.ssa Romano. «Un intervento che si era reso necessario a causa di infiltrazioni d’acqua, in particolare dal tetto, i quali avevano provocato dei crolli.»

Secondo il sopradetto piano, il restauro avrebbe dovuto essere sottoposto alla duplice sorveglianza delle Soprintendenze BAP e BAPSAE, ma la domanda è: questa sorveglianza c’è effettivamente stata? Possibile che nessuno si sia accorto delle tracce della chiesa altomedievale che pure emergono chiaramente dalle murature? E non era affatto necessario rinunciare a proteggere l’edificio con un’intonacatura impermeabile: sarebbe bastato lasciare a vista soltanto quella parte, come si è fatto per Palazzo Fruscione. L’impressione è che ci si sia fermati al piano di emergenza, e che non si sia provveduto a perfezionare il progetto, una volta rientrata l’emergenza.

L’ingegner Adinolfi, però, precisa che si tratta di un cantiere ancora aperto: i restauri vanno avanti, anche con grandi sacrifici, per mancanza di fondi. E, d’altra parte, un’intonacatura non è irreversibile.

Si può rimediare, dunque, se ci saranno i mezzi e la volontà per farlo.

Federica Garofalo

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