Come ti curo il mal di testa: cefalea e possibili terapie secondo la Scuola Medica Salernitana.

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È stato dedicato alla Scuola Medica Salernitana, quest’anno, il convegno organizzato dall’associazione Cefalee Campania, tenutosi il 24 maggio scorso al Grand Hotel di Salerno.

Già il titolo era tutto un programma: “Sulle orme degli antichi maestri. Emicrania e dolore: un percorso tra storia e medicina”. Un appuntamento tra passato e presente, non soltanto da una parte per constatare i progressi che la medicina ha compiuto in mille anni e dall’altra per imparare dall’esperienza dei maestri del passato, ma anche per mettere sul tavolo i problemi di questo XXI secolo, in cui le radiazioni emanate da televisione, computer, cellulari, I-phone e tablets con annessi e connessi hanno fatto aumentare in modo esponenziale tutte le declinazioni del mal di testa.
Certo, nel XII secolo non avevano questi problemi strettamente legati alla tecnologia contemporanea; sicuramente, però, il dolor di capo non risparmiava neanche loro.

E dunque, per i maestri di Salerno, cos’era la cefalea? E, soprattutto, come l’affrontavano?
Lo chiediamo all’autore dell’intervento introduttivo, il prof. Giuseppe Lauriello, medico pneumologo, già primario all’ospedale Giovanni da Procida di Salerno e profondo conoscitore della Scuola Medica Salernitana, della quale ha tradotto e commentato parecchi testi, come il Post Mundi Fabricam di Ruggiero da Frugardo, svelandone la validità anche al livello medico.
«Nonostante i testi parlino chiaro, sono ancora troppi i luoghi comuni sulla medicina medievale,» esordisce non senza un po’ d’amarezza. «Personalmente penso che ogni convegno di medicina debba avere al suo interno un’introduzione storica, perché non si possono apprezzare i risultati del presente se non si conosce il percorso con cui si è arrivati ad ottenerli.»

Prima di tutto, il prof. Lauriello rivela la fonte delle sue informazioni: la Practica Brevis composta dal maestro salernitano Giovanni Plateario, all’inizio del XII secolo.

«In questo testo c’è praticamente tutto quello che un medico dell’epoca doveva sapere,» tiene a sottolineare. «È uno dei testi fondamentali della Scuola Medica Salernitana, eppure ancora oggi non ne esiste una versione italiana.» Veramente una ci sarebbe, quella che lo stesso prof. Lauriello ha tradotto e commentato anche dal punto di vista medico, a partire da un manoscritto di XIII secolo conservato alla Biblioteca Provinciale di Salerno; lavoro, però, tuttora inedito.
«La definizione che Giovanni Plateario dà della cefalea è, nella sostanza, la stessa che darebbe oggi qualsiasi medico,» spiega il prof. Lauriello. «Egli definisce la cefalea come un mal di testa persistente.»
E ancora più stupefacente è la complessità e la raffinatezza delle classificazioni che Giovanni Plateario fa dei vari tipi di cefalea, cosa che ha dell’incredibile dati gli scarsi mezzi a disposizione: per la diagnosi, nel XII secolo, un medico non poteva disporre che dei propri sensi, e di due soli tipi di esami, ovvero quello del polso e quello delle urine. È lo stesso prof. Lauriello a illustrarci questa classificazione capillare.
«Il Plateario distingue anzitutto due macrocategorie di cefalea:
quella esterna, dovuta a fattori esterne all’organismo (umidità, freddo, colpi di calore, traumi, ecc.);
e quella interna, causata da fattori interni.
All’interno di quest’ultima categoria, Giovanni Plateario distingue due sottocategorie:
la cefalea intrinseca, la cui causa cioè si trova all’interno stesso del capo, le cui cause sono spesso raffreddore, ipertensione arteriosa o emicrania;
la cefalea estrinseca, dovuta a mali provenienti da altre parti del corpo, soprattutto da patologie di origine digestiva.
Una categoria a parte era la cefalea da febbre, considerata all’epoca una malattia, non un sintomo.»
Una volta diagnosticato il tipo di cefalea, con il dialogo con il paziente, l’esame del polso, delle urine, ecc., poi come si procedeva alla cura?
«Ogni tipo di cefalea aveva una sua cura specifica,» risponde il prof. Lauriello. «Anzitutto bisogna precisare che la trapanazione e la cauterizzazione non erano così abusati come si crede, almeno nella Scuola Medica Salernitana: venivano usati solo per la cefalea esterna, e solo in casi estremi, come estrarre una scheggia o una punta di freccia, o per liberare il cranio da un’emorragia interna prima che provocasse paralisi, coma o morte. Per la cefalea interna estrinseca, la cui causa veniva ravvisata soprattutto in problemi di digestione, si consigliavano diete particolari e si somministravano purganti ed emetici. I rimedi per la cefalea interna intrinseca da raffreddore, invece, erano sostanzialmente quelli che usavano i nostri nonni: infusi fumanti, stare al caldo e sudare, per espellere gli umori cattivi; per quella dovuta ad ipertensione, si praticava un salasso, che effettivamente faceva diminuire la pressione arteriosa; per quella da emicrania e da febbre, si ricorreva all’unico analgesico allora disponibile per una “terapia del dolore”, l’oppio. Poteva essere applicato localmente in impiastri e cataplasmi, o per ingestione, con pozioni e pillole. Giovanni Plateario cita in particolare due preparati a base di oppio: il diacodio, una soluzione a base di capsule di papavero lasciate macerare nel vino e nello zucchero, e l’olibano, delle pastiglie contenenti oppio e incenso.»

Insomma, è proprio il caso di dirlo: questi medici salernitani avevano decisamente la testa sulle spalle!

Federica Garofalo

 

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