AmoR RomA – Passeggiando tra le meraviglie del Pincio

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La passeggiata del Pincio, così come quella del Gianicolo, nasce con una funzione di pubblica utilità.
Il Pincio costituiva, sin dagli inizi dell’Ottocento, il principale ritrovo mondano, nonché svago privilegiato dal popolo della capitale: prima ci si dirigeva in via del Corso, poi si saliva al colle a bordo di carrozze che, dopo la pubblica mostra o spettacolo musicale o pirotecnico, scendevano nuovamente verso Piazza del Popolo.
E’ una calda domenica di metà luglio: via dei Condotti è gremita di turisti, tutti alla ricerca dell’ultimo affare prima del rientro a casa.
Decido di evadere dalla confusione e dall’afa opprimente che fa da cappa alle vie della città e mi dirigo verso est, puntando su Piazza del Popolo.
Giunta in loco, volgo il mio sguardo verso la prospettiva del Pincio: il cielo azzurro brillante contrasta, assieme ai verdeggianti pini marittimi, con le colonne in granito grigio arricchite da ancore, rostri, trofei di armi in piombo che ne inquadrano la profondità.

Pincio 1
Imbocco Viale Gabriele D’Annunzio alla ricerca della salita pedonale atta a raggiungere la terrazza pinciana.
Nella prima rampa dell’ascesa panoramica mi imbatto nella mostra in muratura che ospita, nella nicchia centrale, Igea, dea della salute, ed in quelle laterali il Genio della Pace e il Genio delle Arti.
Ma è dal basamento di Igea che viene catturata la mia attenzione: formulata dall’abate Rezzi, titolare della cattedra di italiano e latino alla Sapienza di Roma, vi è incisa, sul sostegno, un’iscrizione che riassume le finalità sociali della passeggiata:
“Stanco degli studi e degli affari, se non vuoi essere affranto da soverchia fatica, accedi a questi luoghi, e ricerca la mente con il passeggio o con la vista che si apre sulla città dominatrice; questo ti dico a questo ti esorto io Igea.”

 

Desiderosa di poter constatare la veridicità di queste parole, giungo, senza accorgermene, alla base della seconda rampa del dislivello. Qui si sviluppa un rilievo allegorico perfettamente simmetrico: al centro la Fama in posizione frontale che, con le braccia aperte, benedice i Geni delle Arti e del Commercio, cingendoli d’alloro.
Alle estremità trofei d’armi, armature e scudi, nell’evidente riferimento alle glorie di Roma antica.

Pincio 2

Situata sul secondo tornante della salita, un piccolo omaggio alle mie origini nordiche, una vasca in granito rosso risalente al II secolo, portata al Pincio da Piazza San Marco per volere di Pio IX.

Pincio 3

Simbolo di forza, coraggio e nobiltà, il leone araldico in atto di camminare è posto proprio all’inizio della Salita del Pincio, nascosto tra le piante del “Boschetto Inglese”: la zampa destra sollevata grava su di uno scudo evidenziante l’acronimo “SPQR”.

Pincio 4

Certa di poterlo domare, decido di sorpassare il leone e, arrampicandomi sul corrimano degli ultimi gradini prima di Piazzale Napoleone I, quasi rischio di far cadere i souvenirs sistemati per attrarre l’interesse dei turisti alla peculiarità del sito.
Finalmente posso ammirare il panorama che generoso si espande insidiandosi tra le vie della città: dalla terrazza pinciana a Piazza del Popolo, fino ad abbracciare la Cappella Sistina e la Basilica di San Pietro.
Le note di “What’s up” dei 4 Non Blondes intonate da un musicista di strada mi accompagnano lungo uno dei tanti viali sorvegliati dalle effigi dei personaggi celebri che, con la loro virtù, hanno reso grande la nostra Nazione nel passato.

Pincio 5
 Mi scopro in una piccola piazzetta circolare, di ghiaia bianca, al cui centro è inserita, in un’esedra arborea, la Fontana del Mosè, anch’essa tondeggiante.

Quasi faccio fatica a distinguere i tratti di Mosè bambino, poiché la disposizione nel suo complesso risulta perfettamente inserita nel contesto naturalistico che successivamente e spontaneamente vi si è creato ad opera della natura.

Pincio 6
Elemento ancor più caratteristico del luogo è l’Orologio ad Acqua che sboccia, secondo uno stile cosiddetto “rurale”, lungo il Viale dell’Orologio.
Il progetto fu realizzato da padre Giovanni Battista Embriaco ma la sua ambientazione fu curata da Gioachino Ersoch, il quale decise di collocarlo in una piccola torre su di un isolotto al centro del laghetto. Anche qui elementi naturalistici come il legno che guarnisce la torre, l’acqua in cui è inserita e le piante che la circondano, si mescolano perfettamente alla meccanicità propria dell’ oggetto riprodotto.

Pincio 7

Non mi stupisco quando, leggendo un passo de “Les Nourritures terrestres” scritto durante il suo soggiorno a Roma, Andrè Gide si abbandona completamente alle emozioni offerte dalla natura del colle pinciano:
Ciò che mi riempì di gioia quel giorno, è qualcosa di simile all’amore – e non è l’amore – o per lo meno non quello di cui parlano e che cercano gli uomini. E non è neppur il sentimento della bellezza.. Scriverò, e mi comprenderai se dico che non è altro che semplice esaltazione della luce? Ero seduto in quel giardino; non vedevo il sole, ma l’aria splendeva di luce diffusa come se l’azzurro del cielo diventasse liquido e piovesse.
Sì veramente, c’erano onde risucchi di luce; sul muschio scintille simili a gocce: se, veramente, in quel gran viale si sarebbe detto che scorresse luce, e schiume dorate restassero sulla punta dei rami in mezzo a quel fluire di raggi.. A Roma il Monte Pincio, l’ho visto nella stagione più bella. Durante i pomeriggi opprimenti ci si veniva a cercare il fresco. Abitando lì vicino ci passeggiavo ogni giorno.. O terrazze! Terrazze donde lo sguardo si è slanciato. O navigazione aerea!”

Elisa Farina

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