AmoR RomA – Mondanità e decadenza di Via Veneto, da “La Dolce Vita” a “La Grande Bellezza”

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(…) “ Queste sono le tue menzogne, le tue fragilità. Stefà, madre e donna, hai 53 anni, una vita devastata come tutti noi. Allora invece di farci la morale, di guardarci con antipatia, dovresti guardarci con affetto. Siamo tutti sull’orlo della disperazione, non abbiamo altro rimedio che guardarci in faccia, farci compagnia, pigliarci un poco in giro, no?! ”

Con queste parole Jep Gambardella stila una sorta di prefazione alla scena successiva del film che lo ritrae errante lungo il marciapiede di Via Vittorio Veneto a Roma.

Via Veneto - Roma

Premettendo che inizialmente il nome della via era dedicato alla regione italiana Veneto, venne modificato al termine della prima guerra mondiale in onore della Battaglia di Vittorio Veneto (24 ottobre- 4 novembre 1918), in cui l’esercito italiano riuscì a indebolire le forze astro-ungariche fino ad annientarle, sancendo così la vittoria dell’Italia nella Grande Guerra.

Non si direbbe portare un tale carico di significato, quando assistiamo alla sequenza cinematografica portata ad esempio poc’anzi.

Jep, incedente sulla via, esamina diverse situazioni , tutti frutti di un esasperato avvilimento:

dapprima un ricco pascià, noncurante e quasi sprezzante della donna assentata al suo fianco, in atto di divorare ingordamente un piatto di spaghetti.

In seconda battuta, una prostituta esposta in vetrina diventa bersaglio di un uomo miserabile e disperato che, per colmare i vuoti di una vita frivola e meschina, decide di “abbandonarsi alla carne”.

In terza ed ultima battuta, una ragazza anoressica sfila con il suo levriero sulla strada-passerella, consegnando molti dubbi al protagonista del film e certamente anche al suo pubblico spettatore, che si domanda come una società possa accettare dei modelli così innaturali e malati.

Disegnata alla fine del diciannovesimo secolo, Via Veneto vede l’apice della sua fama negli anni cinquanta e sessanta del secolo scorso, grazie alle numerose presenze di caffè ed alberghi, tutt’ora esistenti, domicili di celebrità passate, presenti, future, o stimate tali.

Ma l’apice del suo successo le venne definitivamente accreditato quando Federico Fellini, molti anni prima di Paolo Sorrentino, decise di farle omaggio inscenando una ripresa de “La Dolce Vita” (1960), proprio lungo il noto Viale.

Marcello riceve la visita del vecchio padre venuto a Roma per qualche giorno, il quale, abituato alla tranquillità riminese, non può fare a meno di notare la fermentazione notturna della Capitale: “Perbacco, che movimento qui di notte! Ma è così tutte le sere?!” E a seguire : “A quest’ora, là da noi, tutto buio. Una tristezza.”

Via Veneto 2

Cogliendo la metafora visiva creata da codesta pellicola, Philip French scriverà poi che “La Dolce Vita” è una “satira in grande scala”, il cui bersaglio è una società empia, divenuta quasi una specie d’inferno: insabbiamenti politici,cospirazioni criminali e un mondo di orge e droghe che vedrà coinvolte celebrità, criminali e politici.
Storia, cinema, ma anche il sacro e l’arte sono elementi che si intrecciano e che man mano si snodano dai piedi della Piazza Barberini alle estremità della Porta Pinciana.
Annidata tra Piazza Barberini e Via Vittorio Veneto, la Fontana delle Api.
Costruita nel 1644 da Gian Lorenzo Bernini su commissione di Papa Urbano VIII, la sorgente di piccole dimensioni è volta al pubblico utilizzo, il cosiddetto “beveratore delli cavalli”.
L’artista, per rendere omaggio al suo committente decise di rappresentare sulla fonte le api, simbolo araldico della famiglia del pontefice.
Sulla valva superiore della conchiglia, posta sopra il contenitore, un’iscrizione annuncia: “Il Sommo Pontefice Urbano VIII, costruita una fontana a pubblico ornamento dell’Urbe, a parte fece fare questo fontanile per uso dei cittadini nell’anno 1644, ventunesimo del suo pontificato.”

via veneto 3

Ed è al civico 27 della salita che si innalza la Chiesa di Santa Maria della Concezione dei Cappuccini, fatta costruire tra il 1626 e il 1631 da Papa Urbano VIII.

Via Veneto 4

La particolarità dell’abbazia sta nell’atipicità con cui i frati cappuccini hanno voluto rendere omaggio ai loro defunti confratelli, radunando, tra il sedicesimo e il diciannovesimo secolo, ben quattromila teschi nella cripta-ossario, posta sotto la basilica stessa.
All’ingresso del sotterraneo una targa recita: “Quello che voi siete noi eravamo; quello che noi siamo voi sarete.”
Ed è un modo un po’ bizzarro ma allo stesso tempo efficace di esorcizzare la morte, in quanto ci fa comprendere come il corpo non sia che un contenitore dell’anima e, una volta che quest’ultima l’ha abbandonato, esso può essere riutilizzato come ornamento di un ipogeo per l’appunto.
Ogni romano verace, degno d’esser definito “romano de Roma”, rimpiange tutt’ora la vita meravigliosamente folle e romantica che Federico Fellini ha immortalato per noi nei suoi film.
A noi sfortunati abitanti del ventunesimo secolo non ci resta che contemplare in silenzio quel mazzo di rose bianche galleggianti sull’acqua della Fontana di Trevi e ripeterci che per amare la vita bisogna nascere e per capirla, morire.

Elisa Farina

2 pensieri riguardo “AmoR RomA – Mondanità e decadenza di Via Veneto, da “La Dolce Vita” a “La Grande Bellezza”

  • 27 luglio 2014 in 11:18
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    Che lo scrivere di questa Elisa gli dia il futuro che merita!

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  • 6 agosto 2014 in 13:00
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    Complimenti, avanti così, sei forte……contianua!!!!!!

    Risposta

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