Recensione: “Boyhood”, di Richard Linklater. Un esperimento vincente, ma da non sopravvalutare

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“Boyhood” è un esperimento cinematografico di gran valore: la sfida del regista Richard Linklater, autore indipendente e coraggioso fuori dai grandi circuiti statunitensi, è stata quella di realizzare un film in dodici anni, con una sceneggiatura realizzata nel tempo e qualche giorno di ripresa ogni anno. Così il promettente attore protagonista (Ellar Coltrane) e colei che interpreta la sorella (Lorelei Linklater) da bambini si sono trasformati in ragazzi, e gli adulti sono invecchiati durante le riprese.
Si narra la vita di Mason dai sei fino ai diciotti anni, una vita movimentata tra difficoltà, contraddizioni e piccole gioie. Segnata soprattutto dalla sopportazione dei litigi della madre (Patricia Arquette) con i rispettivi compagni, a cominciare dal primo marito e padre di Mason, interpretato da Ethan Hawke, l’attore dello straordinario “Onora il padre e la madre”.
Mason non può far altro che constatare assieme alla più estroversa sorella i matrimoni falliti della madre con uomini violenti, rissosi ed ubriaconi. Costretto a traslocare spesso da una casa all’altra, affronta i cambiamenti scolastici, le prime delusioni sentimentali, i weekend di evasione col padre, la passione per la fotografia. Sullo sfondo, la storia politica ed economica degli Stati Uniti, dalla guerra in Iraq all’elezione di Obama, e le nuove invenzioni tecnologiche, dai videogiochi agli smartphone.
Mason scopre il mondo pian piano con acutezza e abbandonando presto la spensieratezza dell’infanzia, mentre i genitori cercano di lottare con caparbietà nel loro disordine esistenziale e di rimarginare le ferite degli errori commessi, cercando sempre di mantenere un contatto con i figli.
Il film dura quasi tre ore e, per quanto sia scorrevole, è una durata davvero esagerata, in mancanza di grandi avvenimenti da raccontare. Si poteva tagliare una mezzora abbondante. Riscontriamo un’analogia con l’italiano “L’ultima ruota del carro” di Giovanni Veronesi, nel descrivere le varie fasi di una famiglia che cerca il suo posto nel mondo e contemporaneamente la storia di una nazione che cambia ed inevitabilmente muta anche i comportamenti e lo stile di vita dei suoi cittadini. Anche in “Boyhood” si fotografano le fasi della vita senza voler dare un senso alla storia o un messaggio specifico agli spettatori, se non quello, banale, di cogliere l’attimo e di godersi il presente. Chi sperava di trovare un senso profondo sarà rimasto deluso.
Richard Linklater sembra affascinato e ossessionato dal passare del tempo, raccontando storie che non si esauriscono in un periodo ma si dipanano in momenti storici ed esistenziali diversi, ma, a differenza di Veronesi, non ha fatto ricorso a trucchi digitali per far invecchiare gli attori e si è dedicato al suo esperimento con passione. Esponendosi al rischio, superato, di perdere parte del cast durante il lungo percorso.
Si tratta insomma di una pellicola interessante, da vedere senza nutrire spropositate aspettative, perché gli aggettivi che alcuni giornali statunitensi hanno utilizzato, come “toccante”, ci sembrano fuori luogo.

Paolo Di Mauro

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