Recensione: “Interstellar”, di Christopher Nolan. Grande ricerca scientifica e fotografia, ma lento ed esagerato.

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Voto: 6,5

“Interstellar” è uno dei film più attesi della stagione, dal budget esorbitante, parte del quale indubbiamente speso per la promozione e la pubblicità, visto che da diversi mesi si parla della pellicola attraverso spot, banner pubblicitari e quant’altro in giro per il web.

Meritava tutta quest’attesa, il nuovo film di Christopher Nolan (che ha all’attivo pellicole ben note come “The prestige”, “Il cavaliere oscuro” e “Inception”)? La risposta è: solo in parte.

“Interstellar” è indubbiamente suggestivo per la tematica trattata, che unisce la problematica ambientalistica (si parla di un futuro in cui la vita sul pianeta Terra è a rischio estinzione a causa dei comportamenti del genere umano, che in particolare hanno generato cambiamenti climatici e una grave carenza di risorse alimentari) alla ricerca scientifico-astronomica (l’individuazione di nuovi pianeti abitabili in cui far trasmigrare il genere umano, che si avvale delle ultime teorie scientifiche, quali i buchi neri).

Di “stellar”, oltre che il firmamento (ritratto per la verità magnificamente) vi è il cast, zeppo di celebratissimi attori come non si vedeva tempo: Matthew McCounaghey (fresco vincitore di un Oscar per l’interpretazione in “Dollars Buyers Club”), Anne Hathaway (mai come in questo film decisamente fuori ruolo nei panni di un’avventurosa astronauta…, dopo la magnifica interpretazione in “Les Miserables”, molto più nelle sue corde), la leggenda del cinema mondiale Michael Caine, la splendida Jessica Chastain (la migliore interprete della pellicola), Casey Affleck e ancora un poco probabile Matt Damon, attore tra i più versatili al mondo, il cui ruolo, tuttavia, è controverso e pare allungare inutilmente la trama del film… In sintesi, il cast straordinario non sembra essere stato sfruttato al meglio dal regista: pare quasi uno specchietto per le allodole per quella parte di spettatori che si recano al cinema richiamati dalla presenza del loro attore preferito.

La storia ruota attorno al rapporto padre-figlia di Cooper (McConaughey) e Murph (la Chastain) che vivono assieme all’altro figlio Tom e al nonno Donald in una fattoria nella campagna americana, una delle poche ancora in grado di produrre granturco. Una delle tempeste di sabbia che si abbattono sul territorio viene interpretato da Cooper e Murph come un meraviglioso messaggio in codice binario, inviato attraverso la gravità da qualche misteriosa entità intelligente nello spazio. Seguendo le coordinate di quel messaggio, i due si ritrovano in una base segreta della Nasa. Si scopre solo a questo punto che Cooper era uno dei migliori piloti della Nasa e che aveva abbandonato anni addietro l’agenzia spaziale americana, pensando che quest’ultima fosse stata smantellata. Nella base uno dei responsabili, il professor Brand (M.Caine) sta mettendo a punto il lancio di un’astronave per condurre un gruppo di cosmonauti nell’orbita di Saturno, dove un buco nero è miracolosamente apparso circa 50 anni prima e pare poter condurre in un’altra galassia in cui ci sarebbero pianeti abitabili. Dopo una difficilissima separazione dalla figlia Murph, che continua a rinchiudersi nella sua stanza, la stessa in cui era apparso il misterioso segnale in codice binario, Cooper decide di partire per la missione salva-umanità, assieme alla figlia di Brand (la Hathaway) e agli astronauti Romilly e Doyle.

Inizia così la parte di film ambientata nello spazio: l’equipaggio lascia la Terra e attraverso un lungo viaggio raggiunge l’orbita di Saturno, per poi immettersi nel buco nero. Intanto, sull’astronave arrivano “in differita” i messaggi dei familiari di Cooper, che ne è emotivamente partecipe.

Non diciamo altro sulla trama, ma sulla resa della pellicola: sicuramente avvince la storia e l’avventura vissuta dai protagonisti, anche se le avventure nello spazio e la vita degli astronauti non sono ormai cosa originale, dai tempi di 2001 Odissea nello spazio, passando per numerosi altri film. Aggiungiamo che, nonostante la straordinaria idea di inserire il passaggio in un buco nero, in linea con gli ultimi studi scientifici che parlano appunto della remota possibilità di coprire distanze siderali attraverso tali tunnel di materia, presenti nello spazio, questa parte del film è davvero troppo lenta e ripetitiva, finendo con l’appesantire molto lo spettatore. La fotografia dei nuovi pianeti rintracciati dagli astronauti è assolutamente meravigliosa, ma il ritmo rimane piuttosto blando. E quando l’equipaggio incontra su uno dei nuovi pianeti il dr. Mann (Damon), che vi si era recato qualche anno prima in un’altra missione, il tutto diventa confuso e addirittura inutile nell’economia della storia raccontata.

Il film ha un finale sorprendente, che ha un che di meraviglioso per la forza emotiva che trasmette (nel rapporto padre-figlia, che è il centro di tutta la storia, ma che a tratti pare indulgere a un sentimentalismo a buon mercato) e finanche un collegamento con recenti studi astronomici sulla “gravità” (questa sì che è fantascienza!), ma è anche probabilmente un po’ esagerato e volutamente ambiguo, quasi come se il regista non abbia voluto appositamente spiegare tutto, illudendo lo spettatore. Le falle di logica e senso, nonostante ci troviamo nel mondo dei “paradossi spazio-temporali”, ci sono, sarebbe lungo parlarne in questa sede; non li riportiamo per non fare spoiler e anche per umiltà, sperando che magari altri spettatori riescano a far quadrare il cerchio della pellicola in maniera più esaustiva.

Nel complesso, un film comunque eccellente sul piano degli effetti speciali, delle musiche (del grande Hans Zimmer, che accompagnano ottimamente le scene clou) e della fotografia, apprezzabile sul piano della storia e della ricerca scientifica, ma che, come in altri film di Nolan (si pensi al finale di “The Prestige” – il mio preferito del regista, o soprattutto ad “Inception”) mette l’asticella un po’ troppo in alto, finendo col diventare una, seppur originale, americanata, una piccola accozzaglia di buone idee ed altrettante esagerazioni. Esagerato anche nella durata, ben 2 ore e 50 minuti.

Michele Piastrella

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