Recensione: “Le due vie del destino”, con Colin Firth e Nicole Kidman

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“Le due vie del destino” (titolo originale “The Railway Man”, cioè “Il ferroviere”) è un film di genere drammatico – storico di Jonathan Teplitzky, ispirato all’autobiografia di Erik Lomax, uno dei tanti soldati britannici costretti durante la seconda guerra mondiale dai giapponesi a lavorare come schiavi alla costruzione della ferrovia per collegare Bangkok a Rangoon, denominata poi la “Ferrovia della morte”, perché per le condizioni di lavoro disumane morirono quasi tutti i soldati.
Il film si basa su flashbacks e flash-forwards spaziando in continuazione tra due date storiche: il 1942, data della prigionia di Lomax, e il 1980, anno nel quale Lomax si sposa con Patti, conosciuta su un treno, luogo familiare per lui, appassionato sin da giovane di ferrovie e ossessionato dalle combinazioni di orari dei treni.
Erik è ben interpretato da giovane da Jeremy Irvine e da adulto da Colin Firth. Serviva un attore consolidato per questa parte, che doveva far risaltare l’atroce sofferenza di soprusi subiti anni addietro. La felicità di aver trovato finalmente la donna della vita è appannata dagli incubi e dalle allucinazioni che Lomax ha ancora a distanza di trentotto anni. Infatti, a causa della scoperta di una radio clandestina, costruita dai britannici solo per scoprire l’andamento reale della guerra, il protagonista fu vittima di torture terrificanti che hanno segnato per sempre la sua vita. La moglie, interpretata da Nicole Kidman, scopre solo dopo il matrimonio i segreti che Lomax cova dentro, in silenzio, vivendo come un fantasma ancora in guerra.
Grazie a Finley (Stellan Skarsgard), compagno di guerra e di tormenti di Erik, che rompe il muro di omertà, Patti scopre le torture subite dal marito nella caserma della polizia segreta, Kampeitai, e scopre anche che l’aguzzino giapponese è ancora vivo. Nel finale, Lomax si incontra col responsabile delle sue angosce, in preda al dilemma tra vendetta e perdono. Si vendicherà perché ciò che ha subito è stato troppo lacerante o perdonerà perché l’odio prima o poi deve finire?
Il tema principale è senz’altro la denuncia delle guerre e il dolore incancellabile che un prigioniero si porta dentro per tutta la vita, ma non sono da sottovalutare altri due temi: la forza dell’amore, che quantomeno lenisce le sofferenze, e l’importanza di rompere il silenzio, dato che è constatato che chi ha vissuto certe atrocità non ne vuole parlare, dando per scontato che “tanto nessuno capirebbe ciò che si prova”.
Colin Firth si è esaltato in una prova congeniale alle sue caratteristiche, dovendo mettere in scena con espressioni facciali la capacità di soffrire internamente per le ingiustizie e la capacità di resistere a ciò che è insopportabile, che equivale a convivere eternamente con l’angoscia dilaniante. Brava anche la Kidman, che in maniera umile doveva rappresentare la pazienza e l’affidabilità di chi decide di stare accanto a un uomo che vive con gli incubi del passato.
Nel complesso, è un film più che sufficiente, dotato di buone recitazioni e di emozionanti musiche, con un finale discutibile, sul quale si interrogheranno gli spettatori. E’sconsigliato a chi non ama il genere e non sopporta scene che, pur non essendo del tutto esplicite, simboleggiano inequivocabilmente la ferocia umana.
Un piccolo appunto: Colin Firth sembra fin troppo giovane, dovendo vestire i panni di un sessantenne che dovrebbe portare con sé anche nel fisico e nel volto le pesanti bastonate ricevute.

Paolo Di Mauro

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