Le motivazioni dello sciopero “sociale” per il lavoro – Intervista al prof. Giso Amendola dell’Università di Salerno

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Un importante e variegato movimento composto su scala nazionale da lavoratori dipendenti e precari, autonomi e non contrattualizzati, disoccupati e studenti, ha costruito in questi mesi un percorso che è sfociato nella data del 14 novembre con la realizzazione di uno sciopero che coinvolgesse anche ampi settori di lavoro non garantito e non inquadrato nelle strutture sindacali classiche. Questa moltitudine di soggetti si è mobilitata per contrastare il Jobs Act e le politiche del governo sul lavoro, sull’istruzione e sul welfare. Ne abbiamo discusso con Giso Amendola, professore di Sociologia del Diritto presso l’Università degli Studi di Salerno.

Qual è la differenza con gli scioperi tradizionali e in che senso lo sciopero del 14 novembre si configura come “sociale”?
L’importanza di questo esperimento sta nel fatto che le figure della produzione che non si inquadrano nei rapporti di tipo tradizionale, dai precari agli stagisti alle forme di lavoro gratuito, provino a organizzare uno sciopero che non può che essere molto diverso dalle sue forme tradizionali. In questo senso gli organizzatori parlano di sciopero “sociale” per trasmettere l’immagine di un’intera società “messa al lavoro”, che sciopera oltre i luoghi e i tempi del lavoro classico. È interessante notare come nella comunicazione sul web dello sciopero si insista sulle differenze e le eterogeneità di questa composizione: appaiono il precario della conoscenza, l’artista, il lavoratore autonomo, il lavoratore a partita Iva, il “neet”, la stagista in maternità, tutte quelle figure che tradizionalmente non possono scioperare e non sono rappresentate dai sindacati.

A proposito di sindacati, questo sciopero sociale si inserisce in un contesto nazionale nel quale la CGIL e la FIOM si stanno muovendo sullo stesso terreno, indicendo scadenze di lotta che porteranno ad un prossimo sciopero generale a dicembre. Quali sono i rapporti tra i due movimenti, quello sociale e quello sindacale tradizionale, e quali le iniziative comuni possibili?
Davanti ad un processo di precarizzazione del lavoro sempre più spinto è evidente che anche i mondi più tradizionali si trovino a non essere più garantiti. Questo fatto produce un ritorno dell’iniziativa politica del sindacato, però il punto cruciale è che le forme organizzative sindacali e la stessa fetta di lavoro rappresentata dai sindacati tradizionali sono largamente insufficienti da sole a produrre un’opposizione efficace. In questo quadro è ovvio che, come fa ad esempio lo stesso Landini della FIOM, si sia alla ricerca da parte loro di nuovi possibili alleanze con le forme non garantite e non tradizionali del lavoro. I due percorsi sono molto diversi ma è possibile una convergenza anche solo parziale che potrebbe essere un fatto nuovo.

Quali sono le principali rivendicazioni espresse dalla piattaforma dello sciopero sociale?
È interessante come nella piattaforma, insieme a rivendicazioni più legate alle forme di lavoro contrattualizzate (salario minimo europeo), vi siano proposte come il reddito di base che centrano il problema fondamentale di un nuovo welfare universale. Ed è su questo punto che le forze della sinistra sindacale sono rimaste in questi anni molto arretrate, non riuscendo spesso neanche a capire l’esigenza di nuove garanzie sociali per il lavoro precario, intermittente ed autonomo. In questo senso lo sciopero sociale costituisce davvero un esperimento radicalmente innovatore. È interessante poi che a questa giornata guardino anche i comitati ambientalisti e per i beni comuni: può nascere una connessione inedita e molto interessante soprattutto al sud tra lotte sull’ambiente e lotte sul lavoro e sulla precarietà. Una miscela da cui possono nascere forme di opposizione politica nuove e capaci di coinvolgere un consenso diffuso.

Luigi Narni Mancinelli

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