Recensione: “The Nightcrawler – Lo Sciacallo”, film di Dan Gilroy con Jake Gyllenhaal

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Jake Gyllenhaal è senza dubbio uno dei migliori attori della sua generazione (classe 1980) ed uno dei pochi che è riuscito nella non facile trasformazione da teenager di successo (fu il protagonista del celebre “Donnie Darko”, oltre che dell’ancor più bello, seppur meno apprezzato, “Cielo d’ottobre”) ad attore adulto (consacrato con il noto “I segreti di Brokeback Mountain” accanto al compianto Heath Ledger e suggellato dai successivi “Zodiac” di David Fincher, “Brothers” di Jim Sheridan, “Source Code” ed altri ancora).

Ora, tuttavia, Gyllenhaal sembra essere giunto all’apice della sua carriera, al punto di decidere di produrre egli stesso una pellicola adrenalinica e ambiziosa ambientata nel mondo dei media invasivi e spettacolarizzanti del ventunesimo secolo: “The Nightcrawler”, tradotto in italiano per una volta con un titolo azzeccato, anche se un po’ semplice, “Lo sciacallo”.

Il film risulta essere di buon livello, anche se, a dirla tutta, il suo valore risiede essenzialmente nella splendida interpretazione di Gyllenhall, più che nel suo complesso. L’attore impersona un giovane di nome Lou Bloom, che vive alla giornata come ladruncolo di rame e prodotti edilizi e rapinatore di orologi di valore, in attesa di trovare un lavoro vero e proprio. Ma un po’ per la crisi economica, un po’ per i suoi trascorsi da rapinatore, Bloom non riesce a trovare lavoro, finchè un giorno per caso s’imbatte in un incidente stradale e vede alcuni cameraman free-lance avventarsi sulla scena del sinistro per riprendere le immagini in esclusiva. Lou osserva quei cameraman vendere le immagini realizzate ai migliori tg delle reti televisive: decide così di iniziare tale attività in proprio. Rivende una bici rubata ad un negozio di elettrodomestici ed in cambio si fa dare una telecamera e uno scanner digitale per ascoltare le comunicazioni del centralino del 911 alle volanti della polizia. In questo modo, può recarsi tempestivamente sui luoghi per riprendere quasi in tempo reale incidenti stradali, incendi, crimini di ogni tipo in maniera particolarmente invasiva e a tratti raccapriciante. Vende i suoi servizi a un canale televisivo, il cui tg del mattino è diretto dalla matura giornalista Nina, che un po’ alla volta diventa non solo acquirente delle immagini di Lou, ma succube dell’uomo…

La pellicola analizza certamente il mondo spietato, cinico e corruttibile dei media, che alla fine cedono sempre alla tentazione di mandare in onda scene raccapriccianti, che spettacolarizzano la notizia e negano ogni rispetto alle vittime di incidenti, o di rapine riprese mentre ferite o addirittura in punto di morte. Si evidenzia come il canale televisivo di Nina preferisca trattare di “crimini che avvengono nei quartieri più ricchi abitati dai bianchi, effettuati da persone di colore o ispano-americani”, come a ricordare il razzismo non solo dei media, ma soprattutto degli spettatori che vogliono quel tipo di notizia…

Ad ogni modo, non è la prima volta che un film tratti della speculazione sulle notizie e dell’invasività da parte delle tv: il tema fu analizzato molto bene già in vari film negli anni ’80 e ’90, in particolare la sua componente voyeuristica in maniera molto più creativa e artistica in pellicole come “The Truman Show”.

Inoltre, il fatto che si tratti di media con riferimento quasi esclusivo alle televisioni sembra un po’ anacronistico, nell’epoca del web 2.0 e del citizen journalism. Ciò che in questo film eccelle davvero e ciò che è davvero molto moderno è la figura del protagonista. Un uomo ambiguo sin dal principio, una sorta di prodotto della società contemporanea: da una parte prodotto della crisi economico-finanziaria che nega possibilità di lavoro, dall’altra parte un uomo imbevuto dell’ideale del sogno americano, di chi nonostante tutto vuole realizzare un proprio progetto di realizzazione economica e lavorativa nella sua vita. In più, un uomo che forma il proprio pensiero e le proprie competenze attraverso tutto ciò che legge su internet, dai tutorial di youtube alle citazioni di wikipedia. Jake Gyllenhall riesce a unire tutto questo nel suo personaggio, che dunque può correttamente definirsi un “sociopatico”, un figlio del nostro tempo: un tempo di “sogni” che diventano decadenti, un tempo di decadentismo sociale che trasforma i sogni in incubi.

Ciò che affascina davvero è il cinismo e la perversione, la crudeltà di Lou Bloom, nascosta sotto idee anche positive che praticamente decanta lungo tutto il suo percorso: la collaborazione tra colleghi e la comunicazione efficiente come chiavi per riuscire in un progetto, la determinazione e lo spirito di sacrificio per realizzare i propri obiettivi e tanto altro. Declama i suoi valori  perchè letti sul web, ma di essi si ciba in maniera soltanto egoistica… . Il suo animo, infatti, è orientato esattamente all’opposto e viene fuori poco alla volta, quando ci si accorge dell’assoluta mancanza di etica nei suoi servizi tv e quando …Lou comincia ad osteggiare i suoi colleghi-concorrenti al punto di ordire trappole sanguinose nei loro confronti e addirittura a creare in prima persona i “reati”…

Il film mantiene comunque un buon ritmo, a tratti diventando avvincente quando si seguono le avventure in presa diretta di Lou, nonostante non si parteggi più per lui… Buone le performance della bella e brava Rene Russo, che dimostra molto meno dei suoi 60 anni, e di un attore emergente che riteniamo farà molta strada, Riz Ahmed: interprete inglese di origini pakistane già visto ne “Il fondamentalista riluttante”, che ne “Lo Sciacallo” interpreta l’assistente di Lou.

Si parla di una possibile candidatura agli Oscar per Jake Gyllenhall; l’attore potrebbe anche meritarlo (anche se può fare ancora di meglio), il film probabilmente no.

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