Recensione: “Un ragazzo d’oro”, di Pupi Avati. Film ambizioso, dalle tematiche profonde

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“Un ragazzo d’oro” è un film molto complesso, connotato da mille sfaccettature e che si presta a interpretazioni soggettive di diversa natura. Pupi Avati ha tentato un film con ambizioni altissime, volendo esplorare ed approfondire il rapporto tra un padre e un figlio e le patologie prodotte dalla società dello spettacolo. Il risultato è tutto sommato buono, e mezzo voto in più è per il coraggio.
Davide Bias (Riccardo Scamarcio) è un uomo divorato dall’infelicità e dalla frustrazione di non vedere riconosciuto il suo talento di scrittore. Ripiega su un lavoro nel settore pubblicitario, si imbottisce di psicofarmaci ma ciò non basta a colmare la sua insoddisfazione.
Il padre, Achille, sceneggiatore di film comici di serie B, muore improvvisamente, e presto si comprende che si tratta di un suicidio. Davide va al funerale, più che altro per stare vicino alla madre. Lui, che non è tipo di parole convenzionali, scaglia in chiesa parole di fuoco contro il padre, col quale ha avuto un rapporto tormentato e difficilmente catalogabile. Poi scopre invece di non aver conosciuto in fondo il padre, capisce di non averlo mai davvero compreso, e si riavvicina a lui proprio dopo la sua morte.
Lo fa grazie alla conoscenza di Ludovica (Sharon Stone), bellissima editrice piuttosto strana col quale Achille ha avuto una relazione tradendo la moglie (Giovanna Ralli) e interessata a pubblicare l’autobiografia che Achille aveva intenzione di scrivere. A scrivere il libro sarà Davide, ad un prezzo salatissimo. Perché, se all’inizio si coglie in maniera velata la preoccupante instabilità, Davide perderà poi completamente la sua sanità mentale a causa della ricerca affannosa delle informazioni sul padre e delle parole giuste da scrivere per realizzare finalmente un “capolavoro” letterario e a causa dell’attrazione che anch’egli prova per l’editrice.
Davide si identifica addirittura col padre, anche fisicamente, capendo di avere qualcosa in comune col papà: non il talento (perché il padre non ne aveva quanto lui!), ma purtroppo la follia, racchiusa nell’isolamento nel salotto di casa a scrivere per giorni interi.
La follia si mischia alla creatività e diventa angoscia. Battute e azioni del protagonista non possono essere lette così in maniera lineare e quindi sono anche difficilmente criticabili.
Scamarcio è sempre più un attore vero, altro che il belloccio di tanti anni fa. Mostra intensità, espressività e cuore in un ruolo complicatissimo, quello di un uomo geniale e miseramente fragile.
Ben altro discorso per Sharon Stone, che appare un pesce fuor d’acqua. Del resto, l’attrice ha fatto capricci da diva sul set e Pupi Avati ha dichiarato senza peli sulla lingua di esser rimasto deluso da lei, di non aver avuto un rapporto umano con lei e di non volerci mai più lavorare assieme. Gli effetti si sono visti. Positiva la recitazione di Giovanna Ralli, che mette in scena la preoccupazione di una mamma per la salute di un figlio, e quella di Cristiana Capotondi, combattuta tra la passione per Scamarcio e il desiderio di vivere una vita normale. A condire le scene più emozionanti, la musica di Raphael Gualazzi.
Come detto, si tratta di un film che ha avuto e continuerà ad avere giudizi discordanti da parte sia del pubblico che della critica. Proprio per questo, è senza dubbio da vedere. Mostra tutto il senso e le potenzialità del cinema, come strumento per mettere in luce sensazioni interiori e tematiche profonde.

Paolo Di Mauro

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