“Terzo settore in fondo”: nel libro di Ehlardo la controversa realtà del volontariato campano per i rifugiati

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Il libro di Marco Ehlardo dal titolo “Terzo settore in fondo-Cronistoria semiseria di un operatore sociale precario” (Ed. Spartaco, 2014 con testimonianza di Tamara Ferrari e introduzione di Carlo Ciavoni) è difficile da catalogare.
È un po’ un saggio-inchiesta, per lo sguardo lucido ed attento dell’Autore sul “no profit” che opera per i richiedenti asilo e rifugiati, e un po’ un diario, per la vena appassionata che attraversa tutte le pagine dell’opera.
I toni sono quelli scanzonati ed irriverenti di chi ha preso sul serio e scelto con passione il mestiere dell’operatore sociale ma, dopo anni di incontri-scontri con interlocutori a volte incompetenti, altre volte scaltri e pronti a cavalcare le disgrazie umane per accrescere il proprio consenso elettorale o professionale, ha dovuto sfoderare l’arma dell’ironia. Per non soccombere.
La verve narrativa emerge sin dalle prime righe: “Inizia un altro mese. Un altro mese di battaglie. Un altro mese senza stipendio. No, non sono disoccupato. Sono un operatore sociale. A Napoli. «Operatoresocialeanapoli» dovrebbe essere una parola da inserire nel vocabolario della lingua italiana. O in quello dei sinonimi, alle voci «precario» o «autolesionista»”.
L’industria del terzo settore descritta da Ehlardo è rivolta a “consumatori” (per rimanere nel gioco di parole del titolo) più inclini a soddisfare i propri appetiti emotivi ed economici che a mettersi nei panni dei migranti per cui operano. Con uno stravolgimento, di fatto, degli obiettivi solidaristici che “il terzo settore” dovrebbe perseguire.
E così il protagonista-narratore ci racconta di operatori sociali neofiti pieni di buone intenzioni, avidi di incontri strappalacrime e mossi da “entusiasmi esagerati” inutili se non dannosi per i richiedenti asilo; dell’avvocato senza scrupoli che chiede migliaia di euro per spedire una richiesta di asilo alla questura per lettera raccomandata “cosa che ha lo stesso effetto di farsi un’operazione chirurgica via Skype”; del dirigente del Comune, incapace di prendere qualsiasi decisione e identificato perciò come “colui che firma. Punto”; dell’assessore comunale che, a dispetto dei suoi “mo bech’io” (me la vedo io) non fa nulla di quanto promette; dei parianti ossia degli organizzatori di spettacolari feste per migranti, che garantiscono un buon ritorno di immagine per i promotori ma non apportano alcun beneficio ai richiedenti asilo.
Qualcuno si salva, come Gaetano, psicanalista della Asl, e Antonio, medico legale, che gratuitamente offrono il loro tempo e le loro approfondite conoscenze a servizio dei migranti vittime di tortura.
L’opera è ambientata a Napoli, città dove l’Autore è nato e lavora (attualmente, è referente territoriale per la Campania di ActionAid Italia), ma il discorso può valere per altri contesti italiani.
C’ è un filo rosso che collega la variegata e folcroristica umanità che abilmente ci descrive Ehlardo: la storia del richiedente asilo Thomas Compaoré “condensata nel suo nome e cognome. Thomas, come Thomas Sankara, il Presidente del Burkina Faso che tanto fece per il suo Paese (…) Compaoré, come Blaise Compaoré, a detta di tutti il carnefice di Sankara, suo successore e presidente in carica”. Thomas Compaoré, giornalista e sankarista, viene descritto come uomo di grande cultura: “Succede frequentemente di incontrarne tra i richiedenti asilo. (…) Spesso hanno un ruolo sociale elevato nel loro Paese, ma non accettano di essere parte di una classe che prevarica le altre. (…) Conoscono o imparano velocemente i loro diritti. (…) Con loro devi lavorare su due livelli: tenere viva la rabbia e indirizzarla dove è più utile per favorire un percorso di integrazione; aiutarli a capire che lo scontro frontale non paga, tipo in commissione o quando vai in questura (…). Difficile.”
Il suo personaggio fa riflettere su un paradosso italiano che Ehlardo brillantemente racchiude in poche parole:
“Come per le persone incriminate vige la presunzione di innocenza secondo lo schema illuminista che è meglio avere cento colpevoli liberi che un innocente in galera, per i richiedenti asilo dovrebbe valere la «presunzione di rifugiato», ossia questa condizione dovrebbe essere riconosciuta a meno di serie prove in senso opposto. Troppo pericoloso rimandare nel suo Paese una persona che può rischiare la vita”. E conclude:“Nella realtà è esattamente il contrario”, con quel sorriso amaro, non rassegnato, che fa della dodecafonia della vita la sua forza.

Elvira Sessa

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