Recensione: “La trattativa”, amara pellicola di impegno civile di Sabina Guzzanti

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La trattativa” è l’opera più impegnativa della carriera di Sabina Guzzanti, che tratta un delicatissimo tema: il patto tra Stato e mafia, iniziato nel 1994, con le istituzioni italiane che hanno sotterrato o eliminato prove di colpevolezza di numerosi mafiosi in cambio della cessazione delle stragi (di cui c’era stata un’escalation tra il 1991 e il 1993, culminata con gli assassini dei magistrati Giovanni Falcone e Paolo Borsellino).
Pur non rinunciando alla satira (marchio di fabbrica della famiglia Guzzanti), il film è un documentario in cui si alternano immagini di repertorio, interviste vere e messe in scena di attori (Sabina Guzzanti stessa, Enzo Lombardo, Sabino Civilleri su tutti), che impersonano mafiosi, agenti dei servizi segreti, magistrati e politici in chiave umoristica ma riproducendo comunque fedelmente ciò che è documentato. La regista ha studiato tantissimi atti processuali, testimonianze di pentiti ed intercettazioni, prima di dare inizio a questa lodevole opera di impegno civile.
La storia dice inequivocabilmente, purtroppo, che sono state inquinate prove di colpevolezza o eliminati volutamente oggetti che potevano essere fondamentali per la scoperta di grandi verità (come l’agenda rossa di Borsellino, sulla quale c’erano scritti tutti i sospetti del magistrato sull’omicidio dell’amico Falcone). Sono state condannate persone innocenti, non sono stati arrestati boss mafiosi di cui era stato scoperto il covo, in nome della triste convivenza tra istituzioni e mafia, da sempre esistita e rafforzata quando nel 1994 Forza Italia è salita velocemente al potere in quanto partito considerato garanzia di protezione per la mafia. L’intermediario tra il leader Silvio Berlusconi e la mafia è stato Marcello Dell’Utri, condannato nel 2013 per concorso esterno in associazione mafiosa. Si fa luce su come purtroppo in queste vicende non sono collusi solo persone note e indagate già all’inizio della trattativa come Nicola Mancino o Vito Ciancimino, ma è pressoché sicuro che siano implicati altri illustri personaggi, su cui solo ora si gettano ombre pesanti, come il deceduto Oscar Luigi Scalfaro o Giorgio Napolitano, attuale presidente della Repubblica, ancora per un giorno (domani dovrebbe rassegnare le dimissioni, per sopraggiunti limiti di età). Il quadro tracciato è desolante.
Si può criticare, a seconda dei gusti, la caratterizzazione macchiettistica di personaggi interpretati dagli attori, ma le vicende sono trattate con linearità ed onestà. La Guzzanti, pur lasciando trasparire inevitabilmente rabbia ed indignazione, cerca di far prevalere i fatti e le documentazioni, che confermano i sospetti, sulle sue idee politiche. L’unica risposta sicura che il film può darci, essendo stati ormai inquinati elementi importanti per la ricostruzione dei fatti, è angosciante: esiste una convivenza tra Stato e mafia, che continua tuttora, con le due parti che continuano a fare compromessi per reciproca convenienza, con l’intermediazione di persone sconosciute e apparentemente pulite. Gli scandali degli ultimi anni, che hanno portato definitivamente al degrado morale di questo Paese, sono l’ulteriore conferma di una deriva dalla quale è difficile riemergere.
Giovanni Falcone diceva che “la mafia è un fatto umano e, come tale, ha un inizio e avrà una fine”. Giusto. E’ doveroso aggiungere che, in quanto fatto umano, dipende sempre dalla volontà umana e se quindi i vertici delle istituzioni vanno a braccetto con la mafia, quest’ultima non solo esisterà ma sarà sempre più forte e radicata. Lo stesso Falcone diceva che “la mafia è un fenomeno terribilmente serio e grave, che si può vincere non pretendendo eroismo da inermi cittadini, ma impegnando in questa battaglia tutte le forze migliori delle istituzioni”. Fino ad ora, parole sacrosante al vento.

Paolo Di Mauro

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