Hide Vincent – giovane prodigio campano, cantautore polistrumentista dall’eccezionale talento

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Hide Vincent è il nome d’arte di Mario Perna, cantante nato nella provincia di Avellino nel 1993. Nel 2012 decide di intraprendere la carriera come Hide Vincent; un anno dopo pubblica il suo primo disco, “Imperfection”, disponibile su spotify e soundcloud, che può vantare già una certa risonanza. Potete guardare il bellissimo video della sua “Plastic Bikes” cliccando qui
L’approccio alla musica di Hide Vincent è da ricercare già nelle sue radici e nel modo in cui è stato cresciuto e incoraggiato nello sviluppo del suo talento: “Guardando indietro a come la musica ha preso piede nella mia vita, è inevitabile fare riferimento a mio padre. Lui, da sempre appassionato di musica, ma che non ha mai avuto modo di far sfociare la sua passione in uno studio pratico, mi ha iniziato prima all’ascolto, e poi ha premuto (con mia ancora inconsapevole riluttanza) affinché io scegliessi uno strumento su cui fare pratica. Dall’età di sei anni, per un paio d’anni circa, ci sono state varie gavette tra la chitarra e la batteria, fin quando non sono approdato a quello che poi è rimasto lo strumento che ho coltivato maggiormente: il pianoforte. Ho studiato con un maestro privato più o meno fino all’età di 16 anni, poi ho continuato da solo. Tramite lo studio del pianoforte poi ho potuto imparare autonomamente a suonare la chitarra acustica e, con il tempo, anche a cantare”.

Soprattutto tra le persone interessate in particolar modo alla musica, della storia di Hide Vincent si è parlato molto. Il riassunto è grosso modo questo: un ragazzo con la passione per la musica come tanti carica il suo disco autoprodotto sulla celebre piattaforma Spotify e dopo poco tempo diventa celebre in varie parti del mondo, attirando anche l’attenzione della stampa. Ma è andata davvero così? Ecco il racconto del diretto interessato, che nonostante il successo conserva grande umiltà: “Diciamo che Spotify è un canale che può risultare fortunato. Essendo io libero da produzione esterna, ho caricato i miei brani tramite un servizio gratuito che permette la fruizione di Spotify dopo aver passato una selezione per lo più di stampo tecnico. Con il passare dei mesi, probabilmente grazie ai suggerimenti tra gli artisti simili che rimandavano alla mia pagina, ho iniziato a ricevere una risposta sempre più corposa di ascolti. Girando nel canale poi, mi sono accorto che alcune delle mie canzoni erano state inserite in varie playlist pubbliche di diverse persone in varie parti del mondo; questa cosa ha fruttato nel tempo una buona visibilità all’interno di Spotify, portandomi alcune centinaia di migliaia di riproduzioni”.
Durante tutti questi anni è stato inevitabile, per Hide Vincent, confrontarsi con diversi artisti che gli sono “rimasti addosso” e che hanno contaminato anche il suo modo di comporre. Non si tratta soltanto di band attuali, ci dice Mario: “Sono uno che ascolta e che ha ascoltato tantissima musica, degli stili più variegati e contrapposti, e con il tempo è stato inevitabile che io abbia assimilato dall’ascolto qualcosa che poi ho riversato nella composizione. La musica cantautorale ha avuto largo spazio nel corso di tutta la mia vita, e probabilmente è quello che poi mi ha sollecitato di più, essendo io un cantautore. Un nome tra tutti è Damien Rice, grazie al quale ho appreso un nuovo modo di fare musica che non posso fare a meno di condividere, seppure a mio modo. Per il resto sono un grande appassionato di musica classica, tutta, ma in particolar modo di quella post-romantica del centro e dell’est Europa. Le composizioni ottocentesche di figure come Schubert o Dvořák hanno un ruolo fondamentale nel mio modo di concepire la musica e il suono”.
E per quanto riguarda la strumentazione necessaria a produrre un disco solista? Cos’è indispensabile? La risposta di Hide Vincent mette in luce la necessità di grande semplicità ed efficacia alla base: “L’unica cosa che mi è davvero inevitabile è la voce. Per il resto mi basterebbe una chitarra o un pianoforte. L’orchestrazione, l’arrangiamento, sono cose che poi nascono in studio, e la maggior parte di quel lavoro è anche improvvisato. Nella composizione, specie negli ultimi brani che ho scritto, postumi al primo album, basta realmente poco, giusto per accompagnarmi. Sto attraversando una fase dove le parole d’ordine sono: “minimalismo” e “purezza”.
Ma di cosa parlano i suoi brani? “Quando scrivo i brani, pur mettendoci molto di personale, cerco sempre di raccontare delle storie, o meglio, di scomporre delle sensazioni, provando a non esservi coinvolto troppo. Purtroppo o per fortuna, citando Annibale Ruccello, un autore teatrale che amo molto: «Quando si scrive, volente o nolente si finisce sempre a fare dell’autobiografismo»; la cosa è speculare anche nella scrittura musicale. Il brano che forse ha più sofferto dell’autobiografismo involontario è Brokenskins, ed è quello a cui sono più legato, per ora”.
Nonostante l’indiscutibile serietà e professionalità che c’è dietro la musica di Hide Vincent, l’atteggiamento in pubblico è sereno, tanto da stupire alcuni degli spettatori: “Mi è stato detto, al termine dell’esibizione di un live: «Non ti facevo così simpatico quando suoni». Il fatto è che cerco sempre di essere il più naturale possibile, i miei brani parlano a modo loro, e il loro linguaggio talvolta è molto scuro, ma io sono una persona molto solare e giocosa, e mantengo questo atteggiamento qualsiasi cosa faccia. Le risposte sono buone, fortunatamente; quando trovo persone che hanno la pazienza e l’abilità di ascoltare, alla fine ne esce sempre un’ottima esperienza”.

Ambra Benvenuto

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