Quando il saio era di moda: riscoprendo Tommaso Sanseverino e i d’Angiò

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Dal 26 giugno scorso è di nuovo possibile ammirare una meraviglia poco conosciuta, che troneggia a fianco dell’altare maggiore del convento francescano di Sant’Antonio a Mercato Sanseverino: il monumento funebre dell’antico signore di quelle terre, il conte Tommaso Sanseverino di Marsico.

sanseverinoDel restauro del monumento, un lungo e attento lavoro di ripulitura finanziato dallo stesso convento di Sant’Antonio, si è incaricata la ditta Nova Ars, nella specie Paola Bellifiore, che ha curato l’intervento, con la supervisione della Soprintendenza per i Beni Storici, Artistici ed Etnoantropologici per le province di Salerno ed Avellino, nella persona del dott. Antonio Braca.

Il defunto appartiene ad un’antichissima e potente famiglia, quella dei Sanseverino di Marsico, da sempre fedelissimi della dinastia angioina, che, nel XIV secolo, arriva a possedere da sola una bella fetta dell’Italia meridionale, dal Principato Citra alla Lucania, fino in Calabria. Tommaso, in particolare, ha combattuto in Sicilia contro gli Aragonesi nel 1324 ed è stato a capo di varie spedizioni in Toscana, arrivando ad essere nominato Gran Connestabile (“ministro della guerra”) dal re Roberto il Saggio.

È però con la sua erede, Giovanna I, che la carriera di Tommaso Sanseverino fa il salto di qualità decisivo: essendosi la regina rifugiata ad Avignone, presso il papa, con il secondo marito Luigi di Taranto, in seguito all’assassinio del primo marito Andrea d’Ungheria, Tommaso, insieme al fratello Ruggiero e all’ammiraglio Goffredo di Marzano, è nominato vicario generale del regno, in pratica un vero e proprio viceré.

E ha dovuto svolgere bene l’incarico, se, al suo ritorno, Giovanna lo nomina Giustiziere del Principato Citra e Stratigoto (governatore) di Salerno, incarico che ricoprirà fino alla morte, avvenuta nell’aprile del 1358.

È probabilmente la seconda moglie, Margherita Clignetta, a commissionare il monumento funebre, nel convento francescano di Sant’Antonio, fondato da Tommaso proprio l’anno della morte. E l’aver scelto come ultima dimora una chiesa francescana, all’interno del suo feudo principale, non è per niente casuale: il defunto stesso è rappresentato con il saio francescano, con cui evidentemente si è fatto seppellire.

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Lo stemma dei Sanseverino

Lo stesso re Roberto d’Angiò (morto nel 1343), nel suo monumento funebre nel monastero di Santa Chiara a Napoli, aveva voluto essere sepolto vestito dell’abito dell’ordine francescano, in cui, tra l’altro era entrato come terziario laico, diciotto giorni prima di morire. Anche il potentissimo Giustiziere del Principato Citra avrà voluto finire la sua vita come seguace di Francesco d’Assisi?

D’altra parte, l’ordine del Poverello era di casa nella corte angioina, la quale aveva ben due santi francescani in famiglia: San Luigi IX, re di Francia, fratello di Carlo I, fondatore della dinastia, e San Ludovico vescovo di Tolosa, fratello del re Roberto. Infine è importante ricordare il ruolo della regina, Sancia di Maiorca, grande protettrice del ramo francescano degli Spirituali, in quegli anni in contrasto durissimo con l’altro ramo dei Conventuali, e che, nel Sud Italia, aveva finito per abbracciare aspetti legati alla spiritualità di Gioacchino da Fiore; è alla regina, d’altronde, la quale da vedova entrò nell’ordine delle Clarisse, che dobbiamo lo splendido convento di Santa Chiara a Napoli.

Soprattutto Ludovico di Tolosa ha rivestito un’importanza particolare, anche personale, per Roberto d’Angiò, avendo egli rinunciato alla corona del Regno di Napoli per entrare nell’ordine francescano, in favore del fratello minore, e morto a soli ventitré anni. Roberto si è adoperato molto per la canonizzazione del fratello (avvenuta nel 1317), ancora prima di diventare re, tanto da istituire una rendita di ben venticinque libbre annuali per celebrare il suo anniversario. È dunque naturale che le fondazioni francescane, in particolare a Napoli, conoscano un boom sotto i d’Angiò.

Anche Salerno non scherza: le comunità francescane già esistenti vengono potenziate, come il convento di San Francesco o quello delle Clarisse di Sant’Anna in San Lorenzo. C’è addirittura una cappella interamente dedicata a Ludovico di Tolosa, anticamente detta “San Ludovico della Porta”, proprio perché cappella gentilizia della nobile famiglia dei della Porta, in cui oggi si sono scoperti gli splendidi affreschi in stile gotico, che rappresentano San Ludovico con il saio francescano sotto i paramenti vescovili, proprio come lo rappresenta Simone Martini sia nell’affresco della basilica superiore di San Francesco ad Assisi, sia nella pala d’altare oggi al Museo di Capodimonte, in cui Ludovico è raffigurato nell’atto di porgere la corona del regno di Napoli al fratello Roberto inginocchiato.

Non dimentichiamo, d’altronde, che questo inizio di XIV secolo è un periodo di grande fioritura per l’arte e la cultura napoletana: Roberto d’Angiò è un grande estimatore dell’arte, mecenate, uomo colto e raffinato. Il fiorentino Giovanni Boccaccio trova in lui il suo grande protettore, e molti artisti della scuola di Giotto, a partire da Maso di Banco, vengono chiamati a dare la loro impronta a chiese e palazzi napoletani, attorno ad essi si raccolgono allievi del posto creando botteghe locali rinomate e richieste, perfino dopo la partenza dei fondatori.

Anche botteghe di scultori, come quella fondata dai fratelli senesi Pacio e Giovanni Bertini, alla cui opera è affidato il sepolcro del defunto re Roberto: un sepolcro sontuoso, in marmo dipinto, a baldacchino, collocato in origine alle spalle dell’altare maggiore della chiesa di Santa Chiara.

Un sepolcro molto simile, per diversi aspetti, a quello del Gran Connestabile del re, Tommaso Sanseverino: questo potrebbe far supporre che i due maestri di Siena abbiano dato origine ad una bottega importante, cui, negli anni successivi al 1348, si sia rivolta anche la vedova Margherita Clignetta per commissionare un monumento funebre, degno di colui che era stato poco meno di un re. Un re vestito da frate.

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