Antonio Genovesi – il primo docente di economia in Europa fu un salernitano

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Antonio Genovesi fu uno dei più grandi intellettuali italiani del ‘700. Nacque nel 1713 nel paese di Castiglione, a pochi chilometri da Salerno, che oggi è denominato “Castiglione del Genovesi” proprio in onore a lui,  figura di straordinario spessore, tra i protagonisti del secolo dei Lumi nel Regno di Napoli accanto a personaggi del calibro di Giambattista Vico e Mario Pagano.

Genovesi divenne sacerdote a venticinque anni, nonostante alcuni anni prima si fosse innamorato di una giovane compaesana: l’amore fu ostacolato dal padre di lui, severo e autoritario, che aveva altri progetti per il giovane Antonio. La vita in seminario a Salerno consentì al Genovesi di approfondire il latino, il greco e, soprattutto, la filosofia.

Nel 1738 si trasferì a Napoli, iniziando una straordinaria carriera accademica che lo portò a collaborare con Vico e a diventare docente di Metafisica e ancora di Etica. Ma fu in questo periodo che Genovesi maturò alcune convinzioni ed ideali profondamente innovativi, a causa dei quali diresse le sue attenzioni accademiche verso altre materie. Infatti, ragionando sulla concezione, propria della filosofia di San Tommaso, del bene comune, giunse a ricercare le ragioni profonde della felicità e dell’infelicità dell’uomo nella società e, in particolare, nel Regno di Napoli: poco alla volta, così, dedicò le sue ricerche allo studio dei fenomeni economici, alla base della crescita e dello sviluppo della società e del benessere della stessa. Confutando la tesi di Hobbes, sintetizzata nell’assunto “Homo homini lupus”, Genovesi giunse a teorizzare la possibilità, oltre che la necessità, per l’uomo e per le componenti produttive della società di cooperare tra loro al fine di garantire lo sviluppo e il mantenimento del bene comune, accessibile a chiunque. L’assunto di base della ricerca accademica di Genovesi fu sintetizzato con l’espressione “homo homini natura amicus” (“l’uomo per natura è amico dell’uomo”). 

Così nel 1754, riconosciuta l’importanza degli studi del Genovesi, che divenivano col passare degli anni sempre più ancorati alla vita concreta delle componenti produttive del Regno di Napoli, l’Università di Napoli creò appositamente per lui la prima cattedra di economia della penisola italiana e d’Europa, definita dapprima “commercio e meccanica”, successivamente Economia civile (oggi potremmo definirla “Economia Politica”).

Numerosi furono gli scritti di Genovesi, il più noto dei quali fu “Lezioni di commercio o sia di economia civile (1765-1767)”. Genovesi ritiene che lo sviluppo del commercio e dell’economia (a partire dal basso, dal popolo e dai commercianti mercatali) non sia per niente da contrapporre allo sviluppo delle virtù umane e cristiane (Genovesi era pur sempre un sacerdote), al contrario egli ritiene che il primo sia la premessa per il secondo. E ciascun uomo, per raggiungere la felicità, deve cooperare con gli altri uomini a partire dal livello commerciale ed economico; ciò è possibile perchè l’uomo, più degli altri animali, ha in sè un senso di giustizia e di reciprocità verso i suoi simili: “L’uomo è un animale naturalmente socievole: è un dettato comune. Ma non ogni uomo crederà che non vi sia in terra niun animale che non sia socievole. […] In che dunque diremo l’uomo essere più socievole che non sono gli altri? […] [è il] reciproco dritto di esser soccorsi, e consequentemente una reciproca obbligazione di soccorrerci nei nostri bisogni” (Lezioni di commercio o sia di economia civile).

In questo assolutamente pioniere dei tempi, Genovesi ragiona sui diritti dell’uomo, che comprendono quelli innati e personali e quelli sociali: “Ogni ingenita proprietà dell’uomo, sia di corpo, sia d’animo, è un’usia, uno jus, un diritto innato dell’uomo. […] La vita, le membra, la libertà, le ingenerate forze dell’animo e del corpo, sono diritti nati con noi: un pezzo di terra preso dalla comune madre, e coltivato per l’uso della vita, gli animali selvatici addomesticati, ecc., sono dei diritti legittimamente acquistati: tutto ciò, che ci torna dai giusti patti e contratti, è di diritto trasfusoci (…). Tra i diritti della nostra natura non si vuol mettere solo quello di esser sicuro delle sue proprietà, che dicesi diritto perfetto, ma quello altresì di essere uomo soccorso dall’altro uomo ne’ suoi bisogni, quel del reciproco soccorso, il quale dicono diritto imperfetto, “parendo, che non si possa forzar altri a prestarcelo” (dallo scritto di Genovesi “Della Diceosina”).

Genovesi è pioniere dei diritti universali dell’uomo e fautore di una filosofia economica basata sull’accordo e la cooperazione tra gli uomini, basata sull’assistenza e il sostegno reciproco, la solidarietà e la sussidiarietà. E tali diritti vanno difesi strenuamente, come egli stesso scrive «serbate intatti i diritti di ciascuno: anzi, soccorreteli quando sapete, e potete»

Antonio Genovesi studiò e analizzò per tutta la vita il Regno di Napoli e le ragioni del suo declino o, per meglio dire, del suo mancato sviluppo: nel 1754 pubblicò su questo argomento il saggio “Discorso sopra il vero fine delle lettere e delle scienze”.  Le dissertazioni di Genovesi sulle problematiche dell’Italia meridionale sono quanto mai attuali ancora oggi, a 260 anni di distanza dai suoi scritti. Secondo Genovesi il problema è nella scarsa fiducia che i cittadini hanno nelle virtù civili e nel pubblico; nel Regno di Napoli vi era una sovrabbondanza di virtù “private”, con legami di rispetto singolari e particolari che discendevano dal feudalesimo o si risolvevano a livello familiare; a mancare era proprio la collaborazione tra le persone a livello comunitario, in quanto esse non erano adeguatamente formate e abituate a pensare in termini di sviluppo comune e reciproco.

L’attualità di Genovesi è straordinaria: le cause dell’arretratezza del sud, con ogni probabilità, sono ancora oggi da ricercare nella scarsa fiducia e disponibilità a collaborare tra i cittadini e nell’abitudine a rifugiarsi in forme di diritto “alternative” (basti pensare a raccomandazioni, conoscenze e finanche criminalità organizzata, intese come le discendenti di quei rapporti personalistici e di vassallaggio di cui parlava lo studioso salernitano).

Necessaria sarebbe, per Salerno e per la Campania, la riscoperta di questo straordinario studioso che a buon diritto può essere considerato tra i fondatori della moderna economia, accanto al suo contemporaneo scozzese Adam Smith.

Michele Piastrella

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