“Suburra”, di Stefano Sollima. La recensione

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Stefano Sollima, reduce dallo straordinario successo internazionale di “Gomorra – la serie”, riprende lo stile, il ritmo, la potenza visiva e la suspence narrativa della fiction tratta dagli scritti di Saviano applicandoli alla criminalità organizzata della Capitale. Per fare questo, utilizza un altro successo letterario, “Suburra”, scritto da Carlo Bonini e Giancarlo De Cataldo e pubblicato nel 2013 da Einaudi: ne realizza un film omonimo, dal ritmo serrato e dalla fotografia eccezionale, che avvolge lo spettatore poco alla volta fino ad incollarlo letteralmente allo schermo. Un film che riesce nel difficile duplice intento di spettacolarizzazione e riflessione sociale, anche se, a dirla tutta, tende sicuramente un pochino più verso la prima.
Forse l’unico problema di questo gran bel film è nelle diverse caratteristiche del mezzo cinematografico utilizzato, rispetto al già collaudato piccolo schermo; come è noto, i confini tra i due tipi di produzione sono ormai labili, anzi, per essere precisi, è avvenuto uno storico sorpasso: le produzioni televisive sono più ricche di quelle cinematografiche, grazie alla pubblicità, ma soprattutto grazie agli abbonati delle paytv. L’occhio dello spettatore, anche grazie a registi “tecnicamente” straordinari come Sollima, si sta abituando al racconto a puntate, all’attesa tra un episodio e l’altro, al soddisfacimento della volontà di “prosecuzione” della storia; perciò il film “Suburra”, che utilizza come detto gli stessi stilemi narrativi delle serie tv, sembra quasi lasciare nello spettatore un senso d’incompletezza, nonostante l’eccezionalità dell’opera. E chissà che ciò non sia voluto e questo film non diventi o sia stato già pensato come un semplice “pilota” di una serie tv, da lanciare prossimamente sui nostri piccoli schermi…
“Suburra” era nell’antica Roma un quartiere povero suburbano, contrapposto alla ricchezza delle zone abitate dagli aristocratici. La Suburra di Sollima è da intendere non tanto come luogo di squallore estetico (se non in qualche caso), quanto di squallore morale.
Tornando alla storia: è descritto ante litteram (il libro e il film sono stati realizzati prima dello scoppio degli scandali di Mafia Capitale) il sistema di corruzione, contiguità, connivenza tra le alte sfere istituzionali (parlamentari, commissioni, finanche il Vaticano) e le organizzazioni malavitose romane attraverso una storia ambientata nel novembre del 2011, alla vigilia della storica caduta del Governo Berlusconi. Sia chiaro, nel film non c’è nessuna presa di posizione sinistrorsa, grillina o quant’altro, anzi più volte si fa riferimento alla corruttibilità di tutte le forze politiche italiane.
Come detto, il film ricorda le serie tv, racchiudendo in se le vicende di alcuni personaggi “carismatici”, sufficientemente approfonditi nel loro aspetto psicologico.
Al centro della storia uno straordinario Pier Francesco Favino, senza dubbio il protagonista del film, interpreta il parlamentare Filippo Malgradi: sotto la patina di politico sicuro di sè e rassicurante circa le sorti del governo che sta per cadere e dell’Italia, Malgradi nasconde una realtà viziosa e corruttibile; è dedito a una vita dissoluta, come mostrato nella scena che rappresenta lo snodo narrativo di tutta la pellicola: in un menage a trois in una camera d’albergo a base di sesso orgiastico e droga, una delle due prostitute da lui assoldate, una minorenne, muore per overdose. Malgradi se ne lava le mani, l’altra prostituta chiama un amico per disfarsi del cadavere della minorenne; ma l’amico risulta essere “Spadino”, fratello minore di Manfredi, noto boss romano di stirpe zingara, truce e violento. Spadino ricatta Malgradi, chiedendogli commesse statali e incarichi importanti per mantenere il segreto; Malgradi si rivolge a un collega parlamentare del suo partito che ha rapporti stretti con la malavita romana, chiedendogli di spaventare Spadino. Spadino non viene soltanto spaventato, ma ucciso da “Numero Otto” (interpretato da un ottimo Alessandro Borghi, che ha un look straordinariamente somigliante a quello di Marco D’Amore, il Ciro Di Marzio di “Gomorra – la serie” e la cosa crediamo sia voluta), un giovane boss di Ostia “figlio d’arte”, generando la reazione violentissima di Manfredi. Ma ruolo ancora più importante nelle gerarchie della criminalità romana sembra averlo Samurai (interpretato da un grande Claudio Amendola, nella migliore interpretazione di una carriera purtroppo piuttosto intermittente), ex membro della banda della Magliana, oggi garante quasi super partes dei più grandi appalti truccati della capitale e referente anche delle famiglie di Camorra e Ndrangheta su Roma. Samurai è un capo carismatico ed esperto, all’apparenza calmo ed equilibrato, che fa pressioni sui parlamentari perché sia approvato un mega progetto di riqualificazione del litorale di Ostia, che dovrà diventare un water-front con locali e casinò interamente gestito dalla criminalità organizzata…
Non diciamo altro sulla trama, se non che la parte più interessante di quanto qui rappresentato (che, per inciso, non è nulla di nuovo rispetto a quanto già si conosce) è sia nella relazione diretta tra approvazione delle leggi ed interessi della criminalità organizzata (che, in pratica, a tratti è il vero motore ed organo decisionale del parlamento), sia nell’analisi della semplice “contiguità” tra criminalità e politica.
La malavita è dietro l’angolo, insomma, il boss è ad un passo da noi e basta un fischio per attivarlo…
Per chiudere, altro personaggio importante della storia è Sebastiano, interpretato dall’altro grande attore italiano Elio Germano (reduce dall’incredibile interpretazione del Giacomo Leopardi di Martone), qui sempre su ottimi livelli ma probabilmente non valorizzato a sufficienza; Sebastiano è una sorta di pr che tiene megafeste nella sua villa per la Roma “bene”, a cui partecipano politici, uomini d’affari, escort. Catturato da tale ambiente e dai suoi impegni, Sebastiano sembra dedito solo al suo piccolo giardino, avrebbe anche dei sentimenti e una morale, ma continuamente preferisce metterla da parte per viltà. Personaggio che sembra essere un po’ troppo caricaturale nell’interpretazione di uno straordinario attore che, a nostro parere, assieme proprio a Favino e Servillo rappresenta l’eccellenza italiana degli ultimi quindici anni.
Infine, dettaglio importante: nel calderone della corruzione romana vi è spazio anche per le dimissioni di Papa Ratzinger, in realtà avvenute qualche mese dopo la caduta del governo Berlusconi; nel film si paventa l’ipotesi che le dimissioni del pontefice tedesco potessero essere legate alla corruttela dei cardinali, che prendono accordi e si fanno ricattare da Samurai. Come se Ostia (e i suoi progetti criminali) fosse più forte di tutto, anche dell’Ostia consacrata…

Michele Piastrella

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