Il Verde antico – un libro per la Salerno dei giardini nascosti

Sharing is caring!

Mercoledì 2 dicembre è stato presentato, alla libreria Feltrinelli di Salerno, un volume il cui titolo è tutto un programma: Il verde antico e l’Ampio Golfo di Salerno, celebrata meta dei viaggiatori europei.

Il libro, riccamente illustrato e curato dall’Associazione Adorea, è opera a quattro mani di Vittoria Bonani e Maria Antonietta del Grosso, e, con l’aiuto di documenti d’archivio e testimonianze letterarie e artistiche, racconta una storia che si snoda dal Cinquecento fino ai primi dell’Ottocento, descrivendo una Salerno in gran parte sconosciuta anche ai suoi stessi abitanti: quella dei giardini.

Vigneti, uliveti e frutteti che con le loro terrazze s’inerpicavano con terrazze dal mare fin sulle pendici del monte Bonadies, e sbucano ancora qua e là nella parte alta del centro storico, chiazze nascoste di verde dai nomi secolari, di cui le carte svelano l’origine, come “lo paino”, così detto dalla presenza di pini marittimi, o “ ’e chioppe”, il tratto tra Salerno e Vietri tappezzato da quattrocento pioppi dei quali gli abitanti della zona si servivano per maritare le viti, e alla cui ombra si potevano piantare cereali e verdure quattro o cinque volte all’anno; sorgenti chiamate “mamma dell’acqua”, che venivano canalizzate in acquedotti e peschiere, e perfino in vasche per piccole attività come la lavorazione della cera. Un verde perlopiù privato ed esclusivo, destinato a fornire i monasteri o ad abbellire le case patrizie, ma che all’occorrenza poteva essere “incartato”, cioè dato in concessione o in affitto a gente che lo facesse fruttare. Solo nell’Ottocento nasce il concetto di verde pubblico, con la Villa Comunale che inizialmente sorgeva nell’area dell’attuale Piazza San Francesco, e con l’orto bonanico, oggi perduto.

Tutto questo ben di Dio è andato sempre più restringendosi, a partire dall’epoca napoleonica, con l’espropriazione dei monasteri, fino all’edilizia selvaggia degli anni ’70 e ’80 del Novecento, in particolare con l’apertura del viadotto Alfonso Gatto. Ora questi giardini che nei secoli XVII e XVIII i viaggiatori stranieri non mancavano di notare, annotare nei loro diari e riprodurre nei loro disegni e acquerelli, sopravvivono perché appartenenti a privati o abbandonati e dimenticati: tra i casi “disperati” c’è da segnalare quello del complesso di Palazzo San Massimo, completamente lasciato a se stesso e che minaccia di scomparire insieme al relativo spazio verde.

Le autrici, e non solo, invocano il vincolo della Soprintendenza per questi brandelli di verde antico e operazioni di recupero che li restituiscano alla collettività, come quella già effettuata per il Giardino della Minerva, diventato punto di attrazione per visitatori da tutto il mondo.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *